La mente che ci vive – di Silvia Salese

Che la mente “menta”, lo sappiamo già. Spesso ci sarebbe da chiedersi tuttavia se a questa consapevolezza sia accompagnata un’adeguata osservazione di sè, e quindi dei meccanismi cognitivi personali che ci guidano – per lo più in maniera incosciente – nella vita di tutti i giorni.

La nostra cultura, intrisa di lodi per il senso di certezza ed esattezza che la razionalità sembra poterci offrire, spesso non offre una visione chiara e reale dell’evidenza secondo cui, la maggior parte delle volte, non siamo noi a scegliere, ma la nostra mente ed i suoi meccanismi automatici.

La diffusa credenza secondo la quale nell’uomo esista una coscienza innata, reale autrice del processo decisionale, è ormai da considerarsi fallace. Così come d’altronde considerare i nostri sensi completamente separati dal nostro sistema cognitivo.

Pensiamo infatti ad un curioso esperimento di Quattrone e Tversky del 1984 (G. A. Quattrone, A. Tversky, “Causal versus Diagnostic Contingencies. On Self-Deception and the Voter’s Illusion”, Journal of Personality and Social Psychology, n. 46, 1984).

Ad un gruppo di persone fu chiesto di tenere l’avanbraccio nell’acqua gelata fino al limite di sopportazione del dolore. Successivamente, fu detto loro di fare un pò di cyclette.

In un secondo tempo questo gruppo fu diviso in due: il primo partecipò ad un incontro in cui un esperto disse loro che le persone con un cuore sano, dopo dell’esercizio fisico, avrebbero tollerato maggiormente il dolore arrecato dal freddo estremo; al secondo gruppo invece fu detto che, se avessero avuto un cuore sano, avrebbero sperimentato una riduzione alla tolleranza del freddo.

Tutti i soggetti coinvolti furono sottoposti ad una nuova prova di resistenza all’acqua gelata (esattamente come nel primo step dell’esperimento) e tutti – naturalmente – registrarono una più elevata o ridotta resistenza proprio in linea con quanto fu anticipato loro in merito al possedere cuore sano.

In poche parole, il desiderio di avere un cuore sano – ed il fatto di poterlo dimostrare a se stessi – aumentava o diminuiva la percezione del dolore provata, il tutto inconsciamente.

Diversi autori – come Libet, ad esempio – hanno mostrato come le nostre decisioni vengano prese inconsciamente prima che esse divengano consapevoli, così che il processo conscio altro non sia che una razionalizzazione a posteriori di ciò che il nostro inconscio avesse già stabilito.

A tal proposito consiglierei ai lettori un bel testo di Marco Della Luna e Paolo Cioni: “Neuroschiavi – siamo davvero quello che conosciamo?”.

Ci riproponiamo di approfondire l’argomento in seguito, ma comunque a voi la parola!

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3 risposte a La mente che ci vive – di Silvia Salese

  1. massi ha detto:

    non è chiaro come hanno fatto i ricercatori a stabilire il livello reale di tolleranza al freddo, lo potresti riportare? grazie

    • spaziomente ha detto:

      Non capisco cosa intendi con “livello reale”. I partecipanti, quando non ne potevano più (dopo circa 30 o 40 secondi), toglievano le braccia dall’acqua. Un saluto, Silvia.

  2. Pingback: Cinque luoghi (non) comuni sulla felicità – di Silvia Salese | Spaziomente blog

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