La mente che ci vive – terza parte

Alcuni eventi apparentemente banali possono farci riflettere sui numerosissimi “bias” – o distorsioni – su cui si fondano molti dei nostri ragionamenti. Nell’universo degli errori cognitivi e delle fesserie che ci si racconta ogni giorno per evitare la fatica di sperimentare nuove opinioni, emergono chiaramente alcune tendenze: negare le evidenze, ignorare le evidenze e distorcere le evidenze. Per alcuni, questo è addirittura uno sport agonistico.

Ma perchè mai una mente razionale, come quella umana, dovrebbe cadere in simili bassezze? La risposta è molto semplice: notoriamente i nostri circuiti cerebrali amano ed apprezzano il motto che aderisce alla formula minimax, ovvero “minimo sforzo per un massimo risultato”.

Al fine del mantenimento dell’omeostasi interna, vale a dire di un certo equilibrio, il nostro intero organismo cerca a tutti i costi di mantenere o recuperare determinate condizioni chimiche (ormonali, neurotrasmettitoriali) del cervello, e per fare questo non esita a riprodurre  pensieri e comportamenti irrazionali, inadeguati e non adattivi, come ad esempio la distorsione delle evidenze.

Come ben mettono in luce Della Luna e Cioni (Neuroschiavi, 2009), il nostro cervello tende sia al risparmio energetico che a garantire una certa velocità di reazione, meccanismo che molto bene si può osservare quando, pur non sapendo di cosa si stia parlando, desideriamo dire comunque la nostra adattando l’informazione sconosciuta a quelle quattro confortevoli  idee che si affacciano nella nostra mente.

Sull’illuminante trattato di Sutherland (Irrazionalità, 2010) leggiamo una massima di Francis Bacon piuttosto significativa:

L’intelletto umano, una volta che ha adottato un’opinione, fa in modo che tutto il resto venga a supportarla e a concordare con essa. E, anche se si trovano esempi più numerosi e consistenti che vanno in senso contrario, tuttavia o li trascura e li disprezza, oppure, sulla base di una qualche distinzione, li accantona e li respinge, affinché, per effetto di questa grave e perniciosa prederminazione, l’autorevolezza della sua precedente conclusione possa rimanere inviolata.

Uno studio di Lee D. Ross, Mark R. Lepper e Michael Hubbard (Perseverance in Self Perception and Social Perception. Biased Attributional Processes in the Debriefing Paradigm, Journal of Personality and Social Psychology, 21, 1967) ha evidenziato proprio questa tendenza a valutare le evidenze sulla base di ciò che pensiamo essere vero e corretto.

Per l’esperimento, furono preparati 25 finti biglietti di addio di presunti suicidi. I biglietti furono consegnati ad alcuni soggetti dicendo loro che una parte dei biglietti fosse vera e che un’altra invece fosse falsa; il loro compito, naturalmente, era quello di stabilire quali di questi biglietti (lo ripetiamo, tutti prodotti in realtà in laboratorio) fossero autentici.

A metà di queste persone, mentre formulava i loro giudizi, fu detto che stava andando molto bene, mentre agli altri veniva dato il rimando opposto, ovvero che le loro valutazioni fossero molto scarse.

A tutti i soggetti, al termine della prova, fu spiegato che i biglietti erano stati creati a tavolino, che nessuno di essi appartenesse in realtà ad un suicida e che le valutazioni precedenti di idoneità o meno in questo riconoscimento erano state assegnate in modo del tutto casuale.

Prima di andarsene, fu chiesto a tutti di compilare un questionario in cui ognuno doveva indicare quanta probabilità di successo ritenesse di avere nel caso in cui avesse dovuto riconoscere dei bigliettini reali. Nonostante le evidenze, vale a dire la fallacia della prova precedente, i soggetti che prima erano stati inseriti nella fascia dei “bravi” sono stati più ottimisti riguardo ad una loro ipotetica performance reale rispetto a chi, in modo arbitrario, fu assegnato al gruppo degli “scarsi”.

I soggetti dunque, erano stati emotivamente influenzati da un giudizio dato loro in merito ad un’abilità. Ma la cosa più sconcertante è che, una volta appreso che non fosse vero, e che il giudizio fosse stato dato loro senza nessun nesso reale, i pensieri su di sé non erano cambiati affatto: l’impronta di ciò che avevano pensato di se stessi continuava ad agire. Nonostante le evidenze.

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3 risposte a La mente che ci vive – terza parte

  1. Anna ha detto:

    E’ vero, è difficile ammetterlo, mi riconosco soprattutto nella massima di Bacon. Spesso in passato mi ritrovavo a pensare e mi ripetevo “lo sapevo che andava a finire così!” e non mi accorgevo ad essere io con le mie scelte, a determimare quei risultati. Non sapevo che ero io l’artefice seguendo i limitati schemi che conoscevo. Sicura com’ero delle mie idee, ero anche arrabbiata perchè queste mi portavano sempre agli stessi risultati.
    Ora so’ di essere così e cerco di allenarmi a prendere in considerazione anche altri schemi, è faticoso ma ne vale la pena!

  2. ippaso ha detto:

    Questo mix di scienze diverse, presenti sul tuo blog, è molto interessante.
    Complimenti, continuerò a seguirti.

    La massima di Francis Bacon… beh concordo, ma sottolineo che non c’è nulla di male in questo.

    Anche in matematica quando avanzi una ipotesi, porti avanti le deduzioni da questa come se fosse un fatto vero ed accertato, più che un atto di fede. Solo così puoi arrivare a trovarne una eventuale contraddizione con il resto.

  3. Pingback: Cinque luoghi (non) comuni sulla felicità – di Silvia Salese | Spaziomente blog

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