Comunicare ciò che siamo? alla scoperta dei neuroni specchio

La scoperta dei neuroni specchio (si veda, tra gli altri, G. Rizzolatti e C. Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore, 2006) ha permesso di comprendere i meccanismi cognitivi che ci consentono di capire immediatamente cosa farà una persona che afferra una tazzina di caffè, o cosa prova il nostro vicino di casa ogni volta che litighiamo durante le riunioni di condominio (senza che lui lo confessi apertamente, naturalmente).
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Questa tipologia di neuroni possiede infatti la straordinaria proprietà di attivarsi non solo quando noi stiamo compiendo una determinata azione (sbraitare contro il vicino), ma anche quando vediamo un’altra persona fare la stessa cosa.
Il sistema dei neuroni specchio è stato sperimentato e valutato grazie a numerosi esperimenti con le scimmie, le quali hanno mostrato una marcata abilità ad apprendere gesti e movimenti mediante l’osservazione di uno sperimentatore che compiva le azioni in oggetto. Gli studi di brain imaging e di elettrofisiologia hanno concordato sul fatto che anche noi esseri umani “funzioniamo” nello stesso modo, con la differenza che noi sembriamo possedere un maggiore grado di selettività degli atti e delle sequenze dei movimenti che li compongono e che non necessitiamo di una interazione effettiva con gli oggetti: ci basta che una persona mimi l’atto di girare lo zucchero in una tazzina invisibile per capire immediatamente che cosa stia comunicando.
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Gli esperimenti di neurofisiologia hanno mostrato infatti che nel nostro cervello si attivano le stesse aree cerebrali sia nel caso in cui noi ci accingiamo a prendere un caffè, sia nel caso in cui vediamo qualcuno farlo. Tale attivazione, nel secondo caso, diventa per noi un vero e proprio suggerimento che ci consente, ad esempio, di non disturbare il nostro vicino se lo incontriamo al bar proprio mentre sta afferrando la sua tazzina.
In un esperimento di Marco Iacoboni e colleghi (Grasping the intentions of others with one’s own mirror neuron system, PLoS Biology, 3, 2005) vennero mostrati a dei volontari tre tipi di video; nel primo si vedevano due immagini: la prima di alcuni oggetti di uso quotidiano disposti come se qualcuno stesse per consumare un tè (un piattino con un dolce, una tazza, una teiera, un barattolo chiuso…) e poi una degli stessi oggetti come se qualcuno avesse appena finito la sua merenda (barattolo aperto, briciole sul piano, zuccheriera aperta…). Nel secondo, altre due immagini, veniva mostrata una mano che afferrava una tazza con una presa di forza e una in cui la stessa mano la afferrava con una presa di precisione. Nel terzo un’immagine di una mano che afferra con una presa di forza la tazza con gli oggetti disposti nel contesto “prima del tè” e l’altra di una mano che afferra con una presa di precisione la stessa tazza con gli oggetti disposti nel contesto “dopo il tè”.
Bene. Il confronto delle attivazioni cerebrali indotte dall’osservazione delle tre scene rispetto ad una condizione di riposo, ha mostrato che il sistema dei neuroni specchio sia in grado di codificare non solo l’atto che è stato osservato, ma anche l’intenzione con cui esso è compiuto, probabilmente in virtù del fatto che l’osservatore sappia anticipare i possibili atti successivi ai quali l’atto è concatenato.
Gli straordinari risultati di questa scoperta, ci induce dunque a riflettere su alcune questioni. Innanzi tutto: quanto il nostro sistema anticipatorio si rivela corretto e quanto ci basta per dare una definizione del comportamento altrui? La mano che afferra la tazza del tè avrebbe anche potuto avere l’obiettivo di farla cadere per terra, o di usarla per aggiungere dell’acqua calda nella pentola della minestra, o per sciacquarsi la bocca mentre ci si lava i denti.
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Inoltre, come il prof. Rizzolatti sottolinea nel video che qui sotto vi proponiamo, i neuroni specchio permettono di avvicinarci e unirci al mondo degli altri, che grazie al nostro sistema cerebrale non rimangono dei sistemi “a sè” ma in qualche modo diventano parte della nostra esperienza.
Dunque un’altra domanda fondamentale che, a nostro avviso, suscitano i neuroni specchio, è questa: cosa si può comunicare realmente? Certo, evviva la teoria e l’arricchimento nozionistico. Tuttavia, nel caso un insegnante volesse comunicare qualcosa in più – ad esempio il rispetto verso gli altri – potrebbe farlo a prescindere da ciò che lui stesso è e da ciò che fattivamente fa?
I neuroni mirror ci conducono davanti ad una nuova frontiera scientifica: io comunico ciò che sono, in barba ai mascheroni che pongo davanti al mio volto e allo scimmiottare di atteggiamenti che non mi rappresentano. Posso comunicare la dannosità del fumo con una sigaretta in mano?
Ritorneremo prossimamente sull’argomento, nel frattempo vi lasciamo ad un’intervista del professor Giacomo Rizzolatti.

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