Tutti pazzi per la psicologia: la Sindrome da Diagnosi Compulsiva – di Luca Bertolotti

In un’epoca come la nostra, dove è diventata quasi una moda morbosa terrorizzare periodicamente il grande pubblico con le notizie di qualche terribile pandemia, ci sembrava doveroso dare il nostro contributo mettendo in guardia da un malessere che ha colpito parte dell’umanità ormai da tempo ma che non sembra manifestare un decorso regressivo. Stiamo parlando della “sindrome da diagnosi compulsiva”.
Le statistiche parlano chiaro: la fascia più a rischio riguarda tutti coloro che posseggono un livello culturale medio-alto, anche se non sono per nessun motivo esenti tutti gli altri. Pare infatti che un’eccessiva mole di informazioni teoriche possa diventare il terreno fertile per questo strano malessere, la cui caratteristica principale è una certa forma di cronicità e la completa scomparsa di un umile spirito autocritico.
Conosciuti anche con il termine i(dio)ti per un gioco di parole che unisce l’idea che hanno di se stessi con altre tre lettere casualmente inserite, trovano facilmente rifugio dietro titoli altisonanti o si nascondono – per un divertente paradosso – all’interno di ambiti sanitari.
Ma la particolarità che più di tutte preoccupa è che tale sindrome non è immediatamente distruttiva per chi ne è contaminato, ma tende ad intaccare le altre persone con cui si intrattengono rapporti lavorativi e non, logorandone a volte in modo impietoso la dignità.
Tale sindrome è oltretutto estremamente contagiosa, e le persone più fragili in tal senso sono quelle già affette dal virus dell’invidia o dall’ambizione del potere; meticolose osservazioni sul campo dimostrano infatti come quest’ultima siano attratte a livello istintuale dai diagnostici compulsivi, e come cerchino di emularne goffamente i sintomi fino ad acquisire in forma definitiva la sindrome.
Infatti, così come un affetto da bronchite o polmonite tende a tossire in modo persistente, l’i(dio)ta tende ad incasellare meccanicamente e rigidamente le persone all’interno di predefiniti standard diagnostici, perdendo così subito di vista la possibilità di cogliere le infinite sfumature che potrebbero anche disconfermare le sue ipotesi.
Si potrebbe anzi approfondire ancora un poco la sindrome constatando come in realtà gli affetti non riescano proprio a ragionare per “ipotesi” ma bensì solo per “certezze”, anche a fronte di  evidenti controprove. Sentendoli parlare si avverte come una strana sensazione illusoria che siano detentori della completa conoscenza e padronanza della vita, e di come tutto ciò che accade sia in realtà perfettamente sotto il loro controllo.
Anche il più semplice lato umano sembra non avere più traccia in loro, a tal punto che se non fosse per la loro buona capacità dialettica in grado di distogliere da un’attenta analisi, li si potrebbe fattivamente porre a livello delle specie animali più involute, dove non sembra comparire l’aspetto dell’affetto, del sentimento e, molto più banalmente, del buon senso!
Attenti dunque: ce ne sono molti intorno a noi, e in molti casi siamo proprio noi…

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