Manuale pratico di infelicità – di Silvia Salese e Luca Bertolotti

Qualche giorno fa stavamo aspettando degli amici in una libreria piuttosto sfornita, quando la nostra attenzione si è soffermata su uno scaffale centrale tra le sezione “psicologia” e quella “new age”: si trattava di una quindicina di libri, uno accanto all’altro, sulla felicità.
I titoli, pur sembrando simili tra loro, in realtà rivelavano una specializzazione tale da rendere difficile la scelta probabilmente anche ai più esperti (proviamo a ricordarli, ma senza garantirne l’esattezza): testi generali, tipo “Il segreto della felicità”, “La chiave per essere felici”, “La strada della felicità”. Testimonianze: “Come sono diventato una persona felice”, “Io e la felicità”. Manuali: “Guida per una vita felice”, “Progetto: essere felici. Tutte le procedure passo dopo passo”. Testi di conforto: “Felicità? anche tu puoi averla” o “La felicità è dentro di te”, o ancora testi che, evidentemente, devono appartenere a costituzioni differenti: “Le sette leggi della felicità” contro “Le dieci leggi del successo per una vita felice”. Curioso. Ingenuamente, guardandoci intorno, non avevamo mai notato un così grande desiderio di scoprire cosa sia, davvero, la felicità, ma piuttosto una gran voglia di tenersi ben stretti i propri affanni. Tutta questa letteratura deve essere dedicata ad una razza per noi aliena, non ci sono altre spiegazioni.
Sulla base di queste considerazioni vorremmo sottoporre l’attenzione dei nostri lettori ad un altro testo che, in effetti, tratta l’argomento della felicità al contrario. Si tratta di uno di quei libri che forse è destinato ad una nicchia di anime che non ce la fanno proprio a mettere in pratica leggi e segreti – o anche solo banalmente consigli di amici o parenti – faticosi da sperimentare e che rischiano di funzionare; a quei poveracci che si rifiutano di realizzare i loro sogni, perchè ben sanno che, quando si realizzano, lasciano sprovvisti i sognatori di ogni sano motivo per lamentarsi e affannarsi (e poi come si ammazza il tempo?).
Il libro in questione, un pò datato a dire la verità, è un manuale davvero utile per i nostri  tempi: Istruzioni per rendersi infelici, di Paul Watslawick [1]. La praticità di questo libretto è sconcertante. Finalmente un testo che ci insegna, passo dopo passo, come diventare degli infelici professionisti e non ricadere mai più nel dubbio che la vita possa essere, tutto sommato, piacevole. No, è ora di farla finita con queste sciocchezze che potrebbero metterci davanti a noi stessi e a quella sensazione di vuoto difficile da colmare: l’infelicità ci serve, e teniamocela ben stretta dannazione!
Bene, per tutti coloro che ambiscono a perdersi d’animo e mantenere lo status di eterni insoddisfatti, per tutti quelli a cui piace lamentarsi fino a provare fastidio per il suono della loro stessa voce, per coloro che amano distruggere ogni conversazione e sano confronto in nome del dolore e della disperazione, abbiamo pensato di dare qualche consiglio pratico accennato anche nel testo, naturalmente a parole nostre ed in base ad alcune conoscenze di questi professionisti della sofferenza, veri e propri pilasti del nostro tempo senza i quali le cose rischierebbero sul serio di cambiare. Non sia mai.
1 – Rimanere attaccati al passato il più possibile
Un rimedio sempre attuale ed efficace per non smettere di soffrire, nemmeno per un attimo, è quello che Watzlawick chiama “L’esaltazione del passato”. Tutti sappiamo che il passato remoto, esattamente come quello prossimo, ha serbato per noi momenti belli e momenti brutti. Qualche sfacciato, addirittura, ritiene che spesso quelli brutti siano stati tali per via di una scarsa accettazione della vita e per una certa resistenza umana all’apprendimento. Ma queste devono essere fandonie frutto di menti esaltate e poco religiose.
Che gli aspiranti all’infelicità non si lascino traviare. Il passato può essere inteso solo in due modi. Il primo: una sequela di avvenimenti tragici che, per la loro gravità, hanno impresso su di noi un marchio indelebile che si manifesta con la sacra sentenza: “non c’è più nulla da fare”. Si, convinciamoci una volta per tutte che ogni cosa sia perduta. Meno male che ci sono psicologi, psichiatri e psicoterapeuti che, con tempi infinitamente lunghi, ci possono insegnare a convivere con tutto questo dolore e ad abbandonare per sempre l’idea che qualcosa, questo mucchio di ossa, possa anche vivere in maniera libera e leggera.
E se il nostro passato fosse stato felice invece? bè, qua entriamo nella seconda opportunità che l’apprendista possiede: riconoscere in ciò che è stato – e che ora non c’è più – quell’età dell’oro irrimediabilmente perduta, quella spensieratezza che ha reso gli anni trascorsi come i migliori della propria vita e che ormai, divenuti solo un ricordo destinato a sbiadirsi, ha lasciato il posto ad un presente difficile che presagisce l’avanzare di un futuro impossibile. Come è chiaro, bisogna giocarsi bene le proprie carte.
2 – Rimpiangere l’amore perduto
Una fonte inesauribile di angoscia potrebbe essere il rimpianto – per i più fortunati – di un amore terminato che ha lasciato un vuoto incolmabile dentro il nostro cuore. Sicuramente, nessuno potrà mai più prospettarci quei momenti straordinari che lui o lei ci avevano donato.
Non dobbiamo mai pensare, nemmeno per un attimo, che in fondo esistano altri milioni di esseri umani in questo mondo con cui, un giorno, poter condividere qualcosa di positivo. No: la persona che ci ha mollati era l’unica possibile e immaginabile (attenzione: il fatto che ci abbia piantati certamente non significa che non ci amasse e che forse potremmo aspirare a qualcosa di meglio nella vita. No, quasi certamente lui/lei era confuso/a, ha avuto paura dei suoi stessi sentimenti, non voleva farci del male o altre angosce simili).
Come ben suggerisce Watslawick non abbiamo che da rimuovere dai nostri ricordi tutti quei momenti in cui anche a noi sono girate forte le scatole, quando magari abbiamo imprecato sperando che tutto finisse il prima possibile e guardandoci attorno nella speranza che un altro Principe Azzurro o Principessa dei Sogni ci allontanasse da quella vita piatta e soffocante. Niente paura:  con un pò di allenamento l’esclusione dei fatti diverrà automatica!
3 – Non cambiare mai il proprio punto di vista
Quello che le persone proprio non vogliono capire, è che tutto questo “male” va bene così. Esistono ancora amici – o presunti tali – che cercano di mettere fine alle lamentele degli aspiranti infelici dando loro consigli, aiuti pratici o – peggio del peggio – speranza!
No. Teniamoci ben strette le nostre idee, sono le uniche cose certe che possediamo! Se soffriamo perchè non andiamo daccordo con i colleghi sul lavoro, se ci disperiamo perchè non c’è nulla che vada bene nella nostra famiglia o se ci angosciamo perchè ci sentiamo inutili e impotenti, ci raccomandiamo: non osate mettere in dubbio che forse esiste qualcosa che non va anche in voi! Certamente è il mondo ad essere ostile, sono gli altri ad essere mal pensanti e crudeli, è la vita a volerci delibertamente riservare sempre e solo il peggio! Come dite? com’è possibile che qualcuno incontri sempre lo stesso genere di persone sul suo sentiero (avide, possessive, sfruttatrici, insensibili o superficiali)? Ma come cari amici! è semplicemente la sfortuna!
4 – Pensare sempre e solo al peggio
Ciò che rischierebbe di rendere la nostra vita un pò più frizzante, è certamente il movimento. Iscriversi ad un club, farsi una corsetta, progettare un viaggio, andare ad una conferenza in città. Tuttavia, se abbiamo un briciolo di buon senso, sappiamo anche molto bene che cosa questo genere di iniziative potrebbe comportare:
iscriversi ad un club, un’associazione o un gruppo culturale potrebbe essere un’enorme perdita di tempo. Magari le persone, anche lì, potrebbero non rivelarsi perfette. Forse potremmo incontrare qualcuno che conoscevamo in passato: cosa mai potrebbe pensare a vederci lì? (è una domanda retorica: certamente il peggio). Magari il bar accanto potrebbe servire qualla marca del caffè che a noi fa venire il mal di stomaco, o la segretaria che raccoglie le iscrizioni ricordarci la cugina che ci ha picchiato da piccoli. Meglio non rischiare.
Fare una corsa in campagna o in mezzo ad un paese, lo sanno tutti, è molto pericoloso. Potremmo facilmente essere investiti da un’auto, o anche da un tir. Se la strada è deserta, potremmo cadere facilmente vittima di furti, molestie o torture. Se la strada non è nè deserta nè trafficata potremmo incontrare qualcuno (quello che abbiamo evitato di rivedere non iscrivendoci al club) che certamente penserebbe che siamo degradati a tal punto da dover fare dell’attività fisica per riprenderci. Che magari ce lo ha prescritto il medico, o che siamo talmente annoiati da non trovare niente di meglio da fare che dedicarci a noi stessi. Per carità!

Paul Watzlawick

Progettare un viaggio o andare ad una conferenza in città comporta proprio il rendersi disponibili a tutta una serie di rischi non enumerabili: piattole, batteri, i già citati furti, incidenti stradali, cattivo tempo (pioggia, neve, nebbia, tifoni), bel tempo (troppo caldo), divertimento (e quindi sofferenza per l’inevitabile distacco) e così via. Watslawick ne offre un illuminante quadro: “Andare in auto? Pensate soltanto a quante persone muoiono ogni giorno in incidenti automobilistici, oppure rimangono invalide. Anche andare a piedi comporta molti rischi, che presto si rivelano allo sguardo indagatore della ragione. Borsaioli, gas di scarico, crolli di edifici, scontri a fuoco tra rapinatori di banca e polizia, frammenti incandescenti di sonde spaziali americane o sovietiche… La lista potrebbe continuare all’infinito e solo un pazzo si esporrebbe a questi pericoli senza riflettere.” [2]

5 – Evitare di affrontare i problemi (potrebbero risolversi contro ogni nostra aspettativa!)
Un efficace metodo per non perdere il proprio status è quello di inquadrare ben bene un problema (e, se possibile, ingigantirlo. Per ulteriori istruzioni si rilegga il consiglio n.4), immaginare le conseguenze cui potrebbe condurci, identificare già tutti i possibili e immaginabili disagi che dovremo affrontare e poi… non fare nulla.
E’ ora di dire basta al così tanto esaltato “problem solving”, vero disastro dei nostri tempi. Se abbiamo la fortuna di avere un problema reale, cerchiamo di non farcelo sfuggire!
6 – Concentrarsi sui limiti degli altri come se fossimo dei detective
Anche il più ingenuo tra gli uomini sa che nessuno è perfetto, certo. Ma non tutti sanno che, se la perfezione può avere un’unità di misura, noi certamente ne possediamo in una quantità così ragionevole da poterci permettere di individuare con efficacia ed esattezza l’imperfezione degli altri.
E’ proprio così: noi abbiamo ragione (si riveda per approfondimenti il consiglio n.3). Sulla base di questa certezza, per vivere le relazioni con martirio e sofferenza, non ci rimane altro che individuare i difetti del nostro prossimo (ne troveremo sempre in quantità) ed evitare di soffermarci su quelle caratteristiche diverse dalla nostre (sono certamente indice di pochezza o follia) e, meno che meno, su quelle peculiarità da cui avremmo anche noi qualcosa da imparare. Cacciamo via questa idea come la peste: il nostro training rischierebbe di essere vanificato e a nulla varrebbero gli obiettivi fin qui, amaramente, raggiunti.

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[1] Paul Watslawick, Istuzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano, 1985.
[2] Ibidem, pg 43.
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4 risposte a Manuale pratico di infelicità – di Silvia Salese e Luca Bertolotti

  1. anna ha detto:

    Siamo in tanti a fare almeno una di queste cose, certe persone anche più di uno di questi atteggiamenti e chi poi vive proprio in questo modo … senza rendersi conto che la felicità va forse trovata invertendo la rotta e facendo esattamente l’opposto di tutto questo. Penso sia utile leggere questo libro per trovare tutte le situazioni in cui ci si riconosce per prenderne coscienza, vederle e riflettere. Per poi accorgersi che siamo noi stessi gli artefici della ns infelicità. Sempre affezionati al passato e mai pronti al futuro, al nuovo.
    Un bel articolo! di sicuro effetto lo condivido

  2. Pingback: Cinque luoghi (non) comuni sulla felicità – di Silvia Salese | Spaziomente blog

  3. Flavia ha detto:

    Fantastico!!!! Ho comprato il libro e adesso mi farò un sacco di risate. Come perchè? Ma ovvio, questo libro andrebbe usato al posto della Bibbia. Così la gente la smetterebbe di cercare di fuggire dall’infelicità, inventandosi una vita futura. Si godrebbe questa.

    • spaziomente ha detto:

      Vero! e aggiungerei, oltre a godercela inizieremmo forse a viverla, al di là di un futuro che non possiamo in alcun modo prevedere… Grazie per il commento, interessante il vostro sito!

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