Cinque luoghi (non) comuni sulla felicità – di Silvia Salese

Cari lettori, recentemente la questione della felicità ha coinvolto noi redattori di Spaziomente in varie misure, tanto da spingerci a formulare un (amaro) breviario – come ricorderete – che contiene specifiche informazioni per continuare a stare alla larga da uno stato d’animo così pericoloso (Manuale pratico di infelicità).
Tuttavia sembra che – accanto a coloro che vogliono evitare ogni tipo di cambiamento nella propria esistenza – esista un cospicuo numero di persone attratte dal concetto, o quanto meno curiose di comprendere dove tale stato d’animo risieda e come poter attingere alle sue risorse. Alcuni numeri possono darci un’idea di quanto espresso: mensilmente su internet – solo in Italia – viene ricercato il termine “felicità” circa 368.000 volte, seguito da “ricerca della felicità” (33.100 volte), “essere felice” (18.100 volte), “felicità raggiunta” (2.400 volte) fino a richieste operative tipo “come vivere felici” (1600 volte), “ricetta felicità” (1600 volte) o affermative: “voglio essere felice” e “vorrei essere felice”, entrambe digitate circa 1300 volte (fonte: Google – Keyword Tool)
Sulla base di tutto questo, possiamo dire che cosa sia la felicità e come fare per raggiungerla? Bhe, è chiaro che nel rispetto dell’individualità e dell’intelligenza umana, delle innumerevoli strade che possono essere percorse e consapevoli delle infinite sfumature del sentire soggettivo, la risposta sia: “assolutamente no”. Tuttavia occupandoci di scienza e degli stimoli che alcuni studi – con tutti i loro limiti – possono offrirci, vorremmo condividere con voi alcuni spunti in merito ai luoghi in cui la felicità sembra proprio non risiedere e sul perchè potrebbe essere utile cercare ancora. Eccoli.
1 – Il denaro non fa la felicità. Forse un’affermazione un pò scontata, eppure sembra proprio essere così. L’economista Richard Easterlin ha condotto numerose valutazioni su 37 Paesi, ricchi e poveri, ex-comunisti e capitalisti, e ciò che ha constatato è essenzialmente una mancanza di correlazione a lungo termine tra la sensazione di benessere delle persone e il loro reddito. Che significa “a lungo termine”? semplice, che ad una prima analisi la soddisfazione economica conduce a sentirsi contenti e gioiosi per la propria condizione, ma che in un secondo tempo, probabilmente in seguito all’abitudine e alla perdita fisiologica dell’eccitazione per la novità, le persone siano rimesse faccia a faccia con loro stesse, con i risultati che possiamo immaginare.
Sembra incredibile che, con l’aumento repentino dei redditi di (alcuni) paesi, nessuna indagine registri il netto miglioramento nella percezione soggettiva di benessere che economisti e politici di tutto il mondo si aspettano di trovare“, scrive Easterlin. Un esempio? Cina, Cile e Korea, Paesi il cui reddito pro capite è raddoppiato in meno di vent’anni, hanno mostrato un declino nella soddisfazione di vita dei suoi abitanti.
Dunque, insieme ad Easterlin, possiamo chiederci: “dove ci porta tutto questo? Se la crescita economica non è la via principale per raggiungere una maggiore felicità, che cosa lo è?”
2 – L’aspettativa può intralciare l’adattamento, e con esso la felicità. E’ la conclusione a cui è giunto George Loewenstein alla Carnegie Mellon University chiedendosi chi fossero più felici: i pazienti che avessero subito una colostomia permanente (una connessione tra colon e cute per deviare le feci) o coloro che ancora avevano delle possibilità di ritornare come prima? Stranamente (ma solo per noi), nel corso dei sei mesi dopo l’intervento si dichiararono felici i primi, migliorando inoltre sensibilmente il loro stato fisico.
“In altre parole”, commenta Halllinan, “quando siamo condannati a subire qualcosa, impariamo a conviverci. E prima impariamo a farlo, più felici saremo.”
3 – Nella percezione soggettiva di felicità, le circostanze in cui ci si trova hanno un’importanza relativa. I ricercatori hanno più volte provato che fattori quali l’istruzione, il reddito, lo stato civile o l’impegno religioso giocano grosso modo un ruolo del 3% nella qualità della vita percepita dalle persone.
Chi non conosce persone paraplegiche, ad esempio, ritiene che la loro condizione le renda particolarmente di pessimo umore, mentre chi ha paraplegici tra i propri familiari o amici sa che questo non sia vero. Un altro dato rilevante è che il 93% di individui intervistati affetti da gravi forme di tetraplegia dichiara di essere felice di essere in vita e ben l’84%  ritiene che la propria esistenza rientri nella media o ne sia superiore (Diner e Diner, 1996). Un’altra suggestione, a ben vedere, su cui riflettere seriamente.
4- La felicità è connessa alla salute e alla lunghezza della vita. Una revisione di oltre 160 studi condotti su soggetti umani e animali hanno condotto i ricercatori ad un’evidenza incontrovertibile: vivere positivamente la propria esistenza, senza stress e senza depressione, contribuisce sia a garantire longevità che una migliore salute.
Uno studio che ha seguito per più di 40 anni circa 5000 studenti universitari, per esempio, ha trovato che coloro che avevano nutrito maggiore pessimismo rispetto ai loro studi tendevano a morire più giovani rispetto ai coetanei.
Esperimenti di laboratorio hanno da tempo mostrato che l’umore positivo riduce la produzione di ormoni dello stress, aumenta la funzionalità del sistema immunitario e promuove la ripresa del cuore dopo aver compiuto degli sforzi. In altri studi è apparso chiaro come i conflitti matrimoniali e l’esposizione ad ambienti familiari ostili siano associati ad una lenta guarigione delle ferite e ad una riposta impoverita del sistema immunitario. Ma questo può essere evidente a tutti, specie se si fa attenzione anche solo a quando ci si prende il raffreddore: perchè in quel momento e non in un altro?
5 – La mente è vagabonda, e questo certo non aiuta la causa. In media spendiamo il 46,9% del nostro tempo a pensare a qualcos’altro rispetto a ciò che stiamo facendo, e questo ha delle enormi conseguenze sul piano emotivo.
Alcuni ricercatori di Harvard hanno sviluppato un’applicazione per iPhone con lo scopo di contattare ad intervalli casuali 2250 volontari e chiedere loro quanto si sentissero felici, cosa stavano facendo in quel momento e se stavano pensando alla loro occupazione attuale o a qualcos’altro di piacevole, spiacevole o neutro. I soggetti potevano scegliere tra 22 attività generali,come camminare, mangiare, fare spese o guardare la tv. In media il 46,9% delle volte la mente delle persone contattate stava “vagando” e circa il 30% delle volte mentre stavano facendo effettivamente qualcosa, ad eccezione dell’attività sessuale. I risultati emersi da questi ed altri fattori hanno condotto i ricercatori a ritenere che il vagabondaggio della mente sia una causa, e non una conseguenza, dell’infelicità.
Lo studio qui brevemente descritto, pubblicato su Science, mette in luce – secondo le parole degli stessi autori – che il richiamo al presente di molte tradizioni antiche sia fin troppo necessario al giorno d’oggi: “queste tradizioni suggeriscono che una mente vagabonda sia una mente infelice” (Killingsworth, Gilbert, 2010).
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Bibliografia:
Diener E., Chan M., Happy People Live Longer: Subjective Well-Being Contributes to Health and Longevity, Applied Psychology: Health and Well-Being, 2011.
Diner E., Diner C., Most People Are Happy, Psychological Science, vol. 7, b.3, 1996.
Easterlin et al., “The Happiness-Income Paradox Revisited”, Proceedings of the National Academy of Sciences, December 13, 2010 DOI: 10.1073/pnas.1015962107
Killingsworth M., Gilbert D., A Wandering Mind Is an Unhappy Mind, Science, 2010; 330 (6006): 932 DOI: 10.1126/science.1192439
Smith, D.M., Loewenstein, G., Jankovich, & Ubel, PA, The Dark Side of Hope: Failure to adapt to a temporary versus permanent disability, Unpublished manuscript, University of Michigan, 2007.
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