Il potere inespresso della mente: il placebo senza inganno (II parte)

Uno dei problemi principali in merito alla ricerca sul placebo (oltre che rischiare di farci prendere meno farmaci e quindi spendere di meno), è quello inerente all’etica: quanto è giusto “ingannare” il malato facendogli credere di essere sottoposto ad una cura farmacologica quando invece si tratta di pillole di zucchero? In effetti non è proprio il massimo, tuttavia il senso comune vuole (o, perlomeno fino ad oggi, a voluto) che sia proprio l’inconsapevolezza della “verità”, e quindi il vero e proprio inganno, ad essere l’agente efficace dell’effetto placebo: se so di assumere una sostanza farmacologica chimica, è più facile che mi senta meglio (anche se in realtà si tratta di un farmaco placebo, e quindi della cosiddetta “sugar pill”).
All’Università di Harvard alcuni ricercatori hanno pensato bene di appurare direttamente la questione e di trattare alcuni pazienti con un placebo, provando comunque ad informarli per filo e per segno di tutto ciò che sarebbe accaduto.
Lo studio in questione è intitolato Placebos without Deception: A Randomized Controlled Trial in Irritable Bowel Syndrome, condotto da Ted J. Kaptchuk, Elizabeth Friedlander, John M. Kelley, M. Norma Sanchez, Efi Kokkotou, Joyce P. Singer, Magda Kowalczykowski, Franklin G. Miller, Irving Kirsch ed Anthony J. Lembo, e pubblicato su PLoS ONE, 2010; 5 (12): e15591 DOI: 10.1371/journal.pone.0015591.
In poche parole, i ricercatori si sono indirizzati verso uno dei dieci problemi più studiati al mondo a causa della sua diffusione (dal 10 al 15% della popolazione mondiale ne soffre): la sindrome del colon irritabile (o IBS: Irritable Bowel Syndrome). Tale sindrome rappresenta un disturbo funzionale gastrointestinale cronico caratterizzato da dolori addominali e disagio associato ad alterate abitudini intestinali. Mentre molte terapie si sono rivelate efficaci per trattare i singoli sintomi di IBS come la stitichezza o la diarrea, poche metodologie si sono dimostrate funzionali e sicure nel ridurre i sintomi globali dell’IBS. Nonostante la persistenza dei sintomi, alcuni studi precedenti avevano rivelato una rispondenza significativa al trattamento placebo nei pazienti affetti dalla sindrome, oltre ad un buon grado di tolleranza dell’ambiguità e dell’incertezza caratteristica di questo genere di trattamento.
80 persone affette da questo disturbo – dopo aver firmato il consenso informato dell’esperimento – sono state divise in due gruppi. Il primo (composto da 37 persone) avrebbe assunto una pillola placebo due volte al giorno, mentre il secondo (le rimanenti 43) non avrebbe assunto nulla, rappresentando di fatto il gruppo di controllo. A tutti i pazienti è stato permesso di continuare ad assumere le medicazioni di routine (fibre, anti-spasmodici etc.) in dosaggi stabili, chiedendo loro tuttavia di non cambiare le sostanze assunte e di non fare significativi cambiamenti nel loro stile di vita per tutta la durata dell’esperimento (Agosto 2009 – Aprile 2010). Entrambi i gruppi hanno partecipato ad incontri individuali con un medico o con un’infermiera centrati sull’individuo; entrambe le figure professionali hanno cercato di favorire una relazione calda e accogliente (il che mette in luce quanto ci sia bisogno di fare questo genere di esperimenti…).
Ai partecipanti del primo gruppo è stato spiegato che in rigorose prove cliniche precedenti le pillole placebo – simili a delle pillole di zucchero – avevano dimostrato di avere la capacità di produrre significativi processi di auto-guarigione.
Questo punto sembra particolarmente rilevante. Lo sperimentatore infatti, non si è limitato a dire “guarda che queste pillole sono completamente inattive”, ma ha anche aggiunto delle informazioni importanti:
1) l’effetto placebo è potente,
2) il corpo può rispondere automaticamente prendendo le pillole placebo, proprio come nel caso della salivazione del cane di Pavlov quando sentiva il campanello (speriamo che i partecipanti abbiano apprezzato la similitudine…),
3) può essere d’aiuto un atteggiamento positivo, anche se non è necessario,
4) assumere con fiducia le pillole è fondamentale.
La bottiglietta contente le pillole era di vetro, con l’etichetta piuttosto chiara “Placebo Pills”; le capsule di gelatina marrone e blu contenevano una sostanza farmaceutica inerte.
Non solo. Entrambi i gruppi hanno goduto degli incontri con gli sperimentatori, ed in particolar modo il gruppo dei placebo è stato stimolato a riflettere e rispondere per iscritto ad alcune domande come, ad esempio: “Cosa ne pensi del fatto di aver assunto dei placebo?”, “Ti aspetti che funzioni o sei scettico?”.
Nella tabella sottostante, possiamo chiaramente constatare i risultati per i due gruppi (bianco: gruppo di controllo, grigio: placebo) ottenuti nei termini di miglioramento generale (riquadro A), cambiamento della gravità dei sintomi (riquadro B), percentuale di sollievo (riquadro C), cambiamento della qualità della vita (riquadro D).
Sì, è possibile che la relazione con lo sperimentatore abbia giocato un ruolo importante nei risultati, ed in effetti questo spiegherebbe i miglioramenti riscontrati anche nel gruppo di controllo. Certamente però, l’assunzione del placebo ha avuto un impatto rilevante sulle condizioni dei partecipanti del secondo gruppo, e le percentuali parlano chiaro.
Se le risposte al placebo negli esperimenti doppio-cieco si aggirano su percentuali del 30-40%, in questo caso la rispondenza è stata del 59%.
Dunque, cari amici, in termini di conoscenza del funzionamento della nostra mente ne sappiamo quanto prima, tuttavia ci sembra che possano essere condivise alcune riflessioni.
Innanzi tutto se l’esperimento potesse essere ripetuto su una più larga scala e su patologie di genere differente, e se anche in quel caso desse luogo a  risultati così positivi, si potrebbe affermare che non abbiamo bisogno di essere ingannati per convogliare le nostre riserve interne verso un processo di auto-guarigione. Che dire? forse basta credere nelle nostre capacità, nella possibilità di operare direttamente sul nostro organismo. O forse, insieme a questa fiducia, abbiamo bisogno che anche qualcun altro creda in tutto questo, ad esempio una figura professionale in cui riponiamo il nostro consenso.
Le domande sono tante, certo abbiamo tutti sotto il naso i risultati ottenuti dalla “falsificazione” di tutto ciò: cosa succede quando veniamo terrorizzati, quando chi è preposto alla nostra cura non crede affatto nelle nostre possibilità, quando l’intero sistema si muove verso la credenza che solo una sostanza di sintesi potrà aiutarci, e nient’altro. L’inferno in Terra, quello che stiamo vivendo. Ma sembrerebbe essere giunta l’ora di voltare pagina. Noi crediamo che sia possibile, quindi (in linea con questa ricerca) siamo già sulla buona strada…
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