Il potere inespresso della mente: tra magia e contagio cognitivo (III parte)

Molte persone credono che possedere oggetti o indossare indumenti di persone che in qualche modo – ai loro occhi – sono o sono state importanti, possa “contagiare” in maniera positiva o negativa (dipende dal motivo della sua noterietà) chi li ha o chi li indossa. Tale credenza, che agli occhi della scienza suona più o meno come “superstizione”, è diffusa anche tra gli atleti: molti ritengono che vestirsi con indumenti appartenuti a grandi personaggi dello sport possa migliorare le loro prestazioni. Tale equipment sembrerebbe portatore di una sorta di contagio positivo, il quale permetterebbe il trasferimento di caratteristiche benefiche al suo portatore. Insomma, quel genere di cose di cui parlavano alcuni tipi di scienziati, fino a poco tempo fa, per ridere a crepapelle e beffeggiare quei poveracci che nel ventunesimo secolo ancora credevano a queste cose primitive.
Bene, adesso che la scienza non è più sicura nemmeno della sua ombra, considerato il campo sterminato di cose di cui ha scoperto di non sapere proprio niente, forse la questione fa un po’ meno ridere. Così poco in effetti da indurre un gruppo di studiosi ad analizzare l’effetto del contagio positivo pubblicandone un articolo non su Topolino ma su PLoS ONE.
Si tratta di una ricerca condotta da Charles Lee, Sally A. Linkenauger, Jonathan Z. Bakdash, Jennifer A. Joy-Gaba e Dennis R. Profitt dal titolo Putting Like a Pro: The Role of Positive Contagion in Golf Performance and Perception (PLoS ONE 6(10): e26016).
Si tratta di un esperimento condotto su alcuni giocatori di golf studiando, in particolar modo, la loro percezione della buca e le loro performance giocando con una mazza che credevano essere appartenuta ad un putter professionista (si trattava, in questo caso, di Ben Curtis).
All’esperimento hanno partecipato 41 studenti dell’Università della Virginia che avevano dichiarato di sapere giocare a golf. Sono stati formati due gruppi, uno di “professional” e l’altro di controllo. In pratica la differenza tra i due è che al primo è stato detto che i ricercatori avevano acquisito una mazza usata in passato dal noto Ben Curtis, ponendo loro subito dopo alcune domande, come: “Hai mai sentito parlare di Ben Curtis?”, “Non è fantastico?”, enfatizzando i successi del giocatore (il tutto per la durata di 30 secondi). Al contrario, ai partecipanti del gruppo di controllo non venne detto nulla riguardo al putter.
Per prima cosa ai partecipanti è stata fatta guardare la buca da una distanza di 2,13 metri. Servendosi di un portatile, hanno fatto una stima della distanza e della grandezza della buca, disegnandola come immaginavano fosse in dimensioni reali sullo schermo.
Successivamente, per familiarizzare con il tappeto, la mazza e la sua aderenza, hanno fatto tre lanci di prova, dopodiché hanno fatto i dieci lanci-test. Per aumentare la difficoltà, ai partecipanti è stato chiesto di fare buca in una zona non parallela all’asse principale del tappeto.
I risultati? neanche a dirsi: i giocatori “professional” hanno percepito la buca più grande rispetto al gruppo di controllo e hanno fatto (naturalmente) più buche. Ecco il grafico che mostra i risultati.
In parole povere, il contagio è avvenuto, anche se non si sa a cosa sia dovuto (impressionabilità? trasferimento di informazioni sottili? placebo?).
Non si può certo escludere l’effetto positivo dell’aspettativa. Ricerche precedenti avevano dimostrato che concentrarsi su immagini positive prima di impegnarsi in una prestazione sportiva, migliora le performance, e dunque è possibile che l'”evocazione” di Ben Curtis abbia dato luogo ad una serie di pensieri ed immagini condizionanti (e già se questa ipotesi potesse essere convalidata, si potrebbe riscrivere la storia della neuropsicologia scientifica).
La causa potrebbe risiedere anche nell’effetto “priming”: pensando di utilizzare un oggetto di un putter professionista, potrebbe essersi inconsciamente attivato il concetto di “abilità”, migliorando così le proprie prestazioni.
Che dire poi dell’ipotesi di un reale trasferimento di informazioni dovute al pensiero del putter? Non è certamente da escludere, considerati analoghi studi che hanno evidenziato l’esistenza di informazioni sottili che circolano nella maniera più impensata.
Ad ogni modo una cosa si può certamente provare: prima di dare una mazzata, pensiamo ad un professionista. Del golf, naturalmente. 😉
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