“Fonziologia”: possibile che non abbiamo mai niente da imparare?

Lo scorso fine settimana al Salone del Libro di Torino ci siamo imbattuti in un libro che immediatamente ha stuzzicato la nostra curiosità: si tratta di “Inconscio ladro!” di Elisabetta Ambrosi (La Lepre Edizioni, 2010). Il solo sottotitolo, “malefatte degli psicoanalisti”, non lascia molto spazio al dubbio: si, qualcuno ha osato criticare la psicoanalisi, quel sistema così nobile e autorevole di cura dell’anima che da sempre spopola tra gli introspettivi, gli infelici o, semplicemente, i curiosi esploratori della psiche.
Il libro è la testimonianza di Elisabetta del suo percorso decennale di analisi. Durante la lettura abbiamo talvolta dimenticato che gli aneddoti e le riflessioni tragicomiche che ha raccontato fossero tratte da una vita reale e da eventi che per l’autrice saranno stati probabilmente drammatici. Lo stile sobrio e sarcastico con il quale li descrive spesso fa sorridere, altre volte ridere di gusto, proprio perché mette in luce con una chiarezza disarmante l’umanità (nel senso più terra terra del termine) di un sistema che si è posto in modo granitico e indiscutibile come metodo principe per la conoscenza e la crescita interiore.
Innanzi tutto ne abbiamo apprezzato la franchezza e la capacità dell’autrice di mettersi in gioco in prima persona, non solo raccontandoci i fatti suoi, ma esordendo mettendo in luce la soggettività della sua esperienza che però, proprio per questo, dovrebbe essere presa in considerazione. Ecco quanto scrive in apertura:
Inconscio ladro! nasce dall’esperienza vissuta, non da riflessioni teoriche, e per questo potrebbe essere accusato di parzialità. “Tu ti limiti a raccontare le tue tragicomiche avventure. Però non tutta la psicanalisi è così”. C’è del vero in questa affermazione. Tuttavia le pagine che seguono sono nate dalla convinzione che anche un’esperienza fatta sulla propria pelle abbia tutte le carte in regola – forse più di alcuni saggi sistematici e asettici – per cogliere i veri punti deboli di una teoria e di una pratica da sempre controverse. Chiunque, paziente, ex paziente o semplice appassionato di psicologia, ritroverà in queste pagine la memoria di innumerevoli sedute inutili o addirittura dannose, a prescindere dalle diverse scuole e terapie analitiche.
Certo, a prescindere dall’orientamento. Questo vale la pena sottolinearlo: dipende dalla persona, non dalla teoria di riferimento, tant’è che la ricerca dimostra che non esiste una cornice teorica più efficace di un’altra nella pratica clinica: dipende da chi la utilizza e da come lo fa. Certo, si tratterebbe di riconoscere i nostri limiti e la nostra personale responsabilità in gioco, così come i limiti e la responsabilità della nostra bandiera (che certamente avrà): sappiamo farlo?
Perché freudiani e neofreudiani alimentano la vostra dipendenza da loro e poi non fanno altro che ripetervi “Lei deve farcela da sé”, “Lei deve liberarsi della dipendenza da suo padre, o da suo marito” (…)? Perché, rispondono loro, quella tra paziente e analista è una dipendenza terapeutica. Si tratta di una risposta che, naturalmente, ha una sua base di verità. Eppure, mi sembra che chi lavora curando le persone, quasi un operario specializzato in dipendenze, dovrebbe essere sempre molto attento a che il rapporto tra sé e il proprio paziente non degeneri in una eccessiva dipendenza. Invece no. La maggior parte di loro, nella dipendenza del paziente, ci sguazza.
Possiamo dire che non sia vero? E ancora, abbiamo tutti la lucidità di riconoscere un paziente che non ha bisogno di noi, o che può muoversi agilmente con le sue gambe dopo appena 4 sedute? E in questi tempi di crisi economica, siamo davvero così pronti (inconsciamente, d’accordo!) a rinunciare a questa “entrata” senza battere ciglio? Riconosceremmo un paziente che ha già fatto 15 anni di analisi splendidamente conclusa ma non ce lo ha detto?
E ancora:
Nonostante tutte le ramanzine sul senso del limite e sul principio di realtà, talvolta sono gli stessi analisti a soffrire di una sindrome di onnipotenza cronica. La loro terapia assomiglia a quelle erbe magiche delle favole, in grado di resuscitare persino i morti. (…). Questa supposta proprietà meravigliosa della psicanalisi, unica garante dell’happy end, si rovescia in incubo qualora si decida di abbandonare la terapia. Conosco persone alle quali sono state dette testuali parole: “Lasciando, lei mette a repentaglio la sua vita” e “La sua esistenza sarà infelice”. Tanto più che i sentimenti che accompagnano tali affermazioni, lungi da un’empatica preoccupazione per il paziente, oscillano tra la costernazione e la rabbia.
Insomma, “Inconscio ladro!” mette in luce i limiti della psicoterapia e – soprattutto – di alcuni suoi iniziati. Spesso gli operatori della psiche sembrano avvolti da un’aurea di mistero e chiaroveggenza, propria di chi sa vedere oltre il visibile e di chi vive in uno stato di profonda consapevolezza e saggezza (immagine alimentata, naturalmente, dal consenso dei non-iniziati). Ok, possiamo anche crederci, ma – a nostro avviso – fino a prova contraria. Saremo cattivelli ma vorremmo lanciare una provocazione: se uno psicoterapeuta, ad esempio, ha un tic, quasi le persone cercano di assecondarlo, di non farci caso, non è vero? (soprattutto se lo paghiamo per ascoltarci); se lo ha il nostro collega di lavoro, lo bombardiamo di interpretazioni sull’inconscio e la sua manifestazione nevrotica.
Se uno psicoterapeuta appare insensibile, distante e presuntuoso, diamo per scontato che sia per via del suo percorso di analisi didattica, e dunque interpretiamo la sua fastidiosa saccenza con profonda saggezza. Se incontriamo invece qualsiasi altra persona per strada con queste caratteristiche, è sicuramente un pomposo gradasso ignorante dal cuore sterile.
Perché? Non stiamo dicendo che un professionista della psiche con un tic o con una manifesta presunzione non possa fare bene il suo lavoro, solo ci chiediamo: potrà insegnare ad un altro (magari con gli stessi problemi) ad investigare la sua “scatola nera”, prendere coscienza delle sue nevrosi e sublimare le energie pulsionali verso oggetti costruttivi e più evoluti? Sarebbe come avere un dietologo obeso, qualche conto non tornerebbe, e non solo economicamente…
Ora, la questione è che in occidente interpretiamo molto malamente il concetto di “cura”, che sia fisica o psichica: chi cura ne deve certamente sapere più di te, e non occorre che te lo dimostri, perché la tua fede deve essere incondizionata. Ma chi lo ha detto? Con una mano sulla coscienza, possiamo veramente affermare, tutti noi psicologi e terapeuti, di essere perfetti? Che i medici abbiano capito tutto sull’eziologia delle malattie e sul loro rimedio? No, nessuno.
Ma perché allora dobbiamo dare a bere questa visione ai nostri pazienti, per forza? Perché non possiamo imparare qualcosa anche noi grazie a loro, grazie ai loro feedback, grazie alle testimonianze come quella di Elisabetta? Perché interpretiamo la fallacia come un difetto, un limite da cui sfuggire? Perché non possiamo fare virtù della capacità di riconoscere i propri limiti e sapersi mettere in gioco in prima persona? È questo che insegniamo loro, o che impartiamo ai nostri figli?
La storia e l’esperienza insegnano che se un processo di crescita a due (o più) è possibile, lo è grazie ad un percorso fatto fianco a fianco, non con uno che cammina e l’altro che lo guarda dalla cima di un faro. Insomma, sovente chi chiede aiuto non cerca quella perfezione dalla quale siamo lontani (sentendoci in colpa), ma cerca solo un po’ di “concreta” umanità, non ipocrita o mascherata da distacco professionale.
No no! non iniziamo con il gioco delle resistenze eh? È come la religione: non appena si muove una critica contro il sistema è perché stai canalizzando il diavolo, quando lo si fa contro il guru è perché è il tuo ego che sta parlando, e quando lo fai contro la psicologia o varie forme di psicoterapia è perché sono resistenze inconsce. In questo il prologo e la postfazione del libro di Elisabetta Ambrosi – curate da due psicoterapeute doc – sono un ottimo esempio di mancanza di autocritica: se non ti piace, è un problema tuo, non certo nostro o del metodo infallibile, il tutto condito da un’ironia forzata nel primo caso, e da parole dotte e così specialistiche da risultare incomprensibili nel secondo.  Nella migliore delle ipotesi (ossia riconoscendo ad Elisabetta una vaga capacità di intendere e di volere, per quanto resterà comunque sempre una “paziente”) è forse stata sfortunata nell’incontrare l’unico terapeuta imbranato al mondo.
È il classico cliché che si ripete spesso e volentieri, dove – a nostro avviso – ciò che emerge non è per nulla un amore per la conoscenza e una sincera ricerca di comprendere l’altra persona, ma sempre il cercare di puntualizzare e proteggere i paradigmi a cui si aderisce, come se fossero di gran lunga più importanti.
Ed ecco che in questi casi ci sembra di vedere applicata non tanto una Psicologia ma una sorta di “Fonziologia”. Già, avete presente il Fonzie della sitcom Happy Days, quando a fronte di osservazioni su palesi errori commessi, proprio non riusciva a chiedere scus….. scu…, insomma, scusa? La domanda sorge allora spontanea: ma possibile che non abbiamo mai niente da imparare?
Concludiamo dunque questo post manifestando la nostra gratitudine ad Elisabetta Ambrosi per aver voluto condividere la sue esperienza ed essersi messa in gioco in prima persona senza paura di essere psico-vivisezionata psicologicamente (come è buffamente accaduto proprio all’interno della suo stesso libro).
Cercheremo di tenere sempre a mente le sue preziose critiche costruttive!
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4 risposte a “Fonziologia”: possibile che non abbiamo mai niente da imparare?

  1. “in occidente interpretiamo molto malamente il concetto di “cura”, che sia fisica o psichica: chi cura ne deve certamente sapere più di te, e non occorre che te lo dimostri, perché la tua fede deve essere incondizionata.”

    Giusto per essere pignolo: in Oriente ci vivo da 4 anni, ed è uguale, se non peggio 😛

  2. marta tibaldi ha detto:

    Conosco benissimo il libro di Elisabetta Ambrosi, perchè ne ho scritto la postfazione “A proposito del ‘fare analisi'”. In quello scritto ho cercato di problematizzare, criticandolo, un certo modo di fare analisi, che, secondo me, non si può considerare davvero ‘fare analisi’. Mi piacerebbe che il dibattito pubblico prevedesse una conoscenza e una riflessione anche su quanto e su come gli analisti stessi (io sono senz’altro una di quelli) sottopongano a critica un certo malinteso modo di intendere e di praticare l’analisi del profondo. Quest’ultima, tra l’altro, si differenzia dalle psicoterapie perchè si occupa non solo del funzionamento della nostra mente cosciente, ma anche di quella inconscia (e, come sappiamo, oggi abbiamo prove neuroscientifiche dell’importanza e degli effetti che questa seconda produce sul nostro corpo-mente). Il valore inestimabile di un’analisi fatta bene sta nel creare una consapevolezza cognitiva ed emotiva dei diversi modi di funzionare della nostra mente conscia e inconscia, integrandone le informazioni e migliorando così il nostro benessere globale.
    A proposito dell’analisi a Hong Kong, curiosamente sono responsabile dei programmi di formazione degli analisti junghiani di quella città e seguo anche analisti junghiani in formazione a Taiwan. La sinergia che nasce dalla multiculturalità sta creando una realtà analitica assolutamente unica e di grandissimo interesse. Non liquidiamo tutto troppo velocemente.

    • spaziomente ha detto:

      Grazie per il commento Marta. In effetti è bene sottoporre a critica, per usare la tua espressione, un certo malinteso modo di intendere e praticare l’analisi del profondo. Si tratta comunque, bene o male, di analisi. Che piaccia o meno, una persona formata per farlo e che si fa pagare per la sua prestazione professionale, sta facendo analisi agli occhi del paziente, a tutti gli effetti. Con queste persone bisogna condividere il calderone. L’analisi del profondo potrà anche distinguersi dalle altre psicoterapie per certi tratti, ma è anche vero che sono molti i metodi che come la psicoanalisi o la psicoterapia analitica si occupano di inconscio, e non ce n’è uno che funzioni meglio di un altro: tutto dipende dal rapporto che si sviluppa tra paziente e terapeuta, come lo stesso Jung più volte ha affermato. Il libro di Elisabetta (presumiamo) e il nostro articolo hanno lo scopo di mettere in luce proprio questo aspetto, oltre a voler sollecitare chi si occupa della psiche degli altri a prendere in considerazione la propria, a scendere dal piedistallo e smetterla di presentare il proprio curriculum vitae per assicurarsi l’apprezzamento e la credibilità altrui: a volte essere più umani e meno “impostati” fa guadagnare in efficacia e persino in stile. Un caro saluto!
      P.S. Ipotizziamo che il riferimento a Hong Kong sia forse un malinteso, perché si tratta semplicemente del nickname di un nostro lettore. 🙂

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