Test(amento) di ingresso a medicina: muore la sensibilità e il buonsenso – di Silvia Salese

Proprio ieri due amiche mi raccontavano le loro esperienze dal ginecologo, un professionista piuttosto rinomato al quale entrambe si rivolgono da anni. Dicevano di sentire un certo timore ogni qual volta si avvicina la data di una visita, sia che si tratti di un semplice controllo che, sempre nel caso di entrambe, del monitoraggio delle loro gravidanze passate.
Una delle due, mentre mi raccontava le nefaste ipotesi (solo ipotesi) di trattamento preconizzate dal medico, è scoppiata in lacrime. Si chiedeva come mai, senza ancora aver fatto né analisi né controlli accurati, il suo fidato ginecologo le avesse messo in preventivo la completa asportazione dell’utero (meglio mettere le mani avanti, giusto!?). Presumo che, anche solo come ipotesi, non dev’essere piacevole come idea.
La più giovane delle due invece affermava di sentirsi sempre sotto esame, in modo piuttosto “grezzo” come se non bastasse. Il dottore in questione sembra avere una certa idea della donna sana, almeno psicologicamente: deve dimostrare di essere rilassata e a suo agio durante la visita, a prescindere da tutto. La mia amica, non sentendosi nello stesso modo in cui ci si sente dal parrucchiere, deve aver mostrato una certa rigidità muscolare, specie durante una certo tipo di inevitabile esplorazione ginecologica. Molto empaticamente allora, per metterla a suo agio, il delicato dottore in un’occasione le ha detto: “Su su, signora! Suo marito non può guardare la televisione tutte le sere! Si faccia allenare un po’!”. Abbiamo ipotizzato che l’allenamento in questione avrebbe aiutato anche lui, povero professionista del mondo femminile, a fare meno fatica durante le perlustrazioni di routine. Che insano egoismo ha avuto la nostra amica a nutrire imbarazzo al cospetto del caro medico!
Ora, (amara) ironia a parte, fin qua non mi sembra ci sia davvero nulla di strano, e a dire il vero nemmeno nulla su cui polemizzare. È normale, perfettamente normale, non vi pare? È certo: se una persona sente di poter dire ciò che gli passa per la testa, magari perchè pensa anche di essere bravo nel suo lavoro (che probabilmente avrà scelto come “missione” per aiutare gli altri, non certo per riempirsi il portafoglio), e se nessuno gli ha mai fatto notare che un elefante in un negozio di cristalli sortisce lo stesso effetto che ha lui sulla psiche delle sue pazienti, bè si, a questo punto, perchè dovrebbe rivedere il suo comportamento? Non ce ne sarebbe il motivo, non è così?
Quanto alle mie due amiche, nonostante la simpatia che provo nei loro confronti, non ho potuto che suggerire loro un piccolo reminder: possiamo scegliere da chi farci visitare, non esistono coercizioni. Se proprio non ce la facciamo a mettere in quadro come si deve il proprio medico prescelto, perchè la sua similitudine con gli dei dell’Olimpo ci ricorda troppo la nostra piccolezza, bè, allora possiamo per lo meno non tornarci più e cercarne un altro. Non posso pensare che una relazione possa essere ineluttabile, specie – tra l’altro – se paghiamo dei bei soldini per mantenerla.
Questa mattina rimuginavamo ancora sulla questione, che a me, da donna, ha infastidito molto e che da persona consapevole di conoscersi meglio di quanto possa fare qualsiasi medico (e che non permetterebbe mai un vituperio del genere) ancora di più. Verso le 8.00 Luca (Luca Bertolotti, che ormai conoscerete se frequentate questo blog e che mi ha suggerito questo intrigante titolo) mi ha raccontato di aver sentito un intervento alla radio che parlava di un primario di Bergamo che ha avuto il coraggio (perchè per me, di coraggio si tratta) di fare il test di ammissione in medicina e di rendere noto il fatto di aver risposto in modo errato a ben 15 domande su 80. Il dottor Giuseppe Ramuzzi, che ha davvero tutta la nostra stima, così scrive al Corriere della Sera (1):
“Quest’esame assomiglia moltissimo a quello che doveva essere l’esame di maturità di sessanta anni fa (ma Dante era guelfo di parte bianca, ndr). Forse lo studente dalla memoria corta, promosso un po’ così dal maestro Giovanni Mosca nel suo libro «Ricordi di scuola», nella vita se la sarà cavata lo stesso. Mosca fu poi un grande giornalista del Corriere. Quanto a me non so se l’avrei passato l’esame di ammissione, forse no, di domande ne ho sbagliate almeno quindici. E avrei dovuto rinunciare a tutto quello che ho avuto dal mio meraviglioso lavoro. L’essere vicino a tanti ammalati e guarirne qualcuno.”
Ebbene si, questo esame richiede ai nostri futuri medici di avere una lunga memoria e cultura generale, ma lo zero assoluto in quanto a capacità relazionali o a riflessioni di tipo etico.
“Negli Stati Uniti pensano che bisognerebbe poterci parlare a chi vuol entrare a medicina, anche solo per qualche minuto. «Ma sono troppi, come fare in pratica?». Come fanno in Francia. Il primo anno entrano tutti, se ne perdessimo anche solo uno di quelli giusti perché non sapeva il sinonimo di impudente, saremmo colpevoli. Al secondo ci vanno solo quelli che hanno fatto bene il primo, a loro però ci si deve parlare davvero.”
E poi i pezzi forti:
Io al candidato chiederei candidamente se fuma e quelli che fumano li lascerei fuori. In questo test non c’è nulla che aiuti a capire se il futuro medico saprà parlare con gli ammalati. All’Università della Virginia chi dimostra garbo e sensibilità e buon senso viene ammesso. Se no è fuori. Quando questi ragazzi saranno laureati gli interventi chirurgici li faranno i robot e il 90 percento della medicina sarà information technology. Già oggi i miei colleghi più giovani hanno tutto nell’iPhone, su queste tecniche non c’è nulla. E non c’è nemmeno una domanda d’inglese che da anni ormai è la lingua della medicina”.
Fare il dottore è un po’ come fare il cuoco o guidare l’aereo, bisogna essere portati: chi è troppo introverso o troppo scontroso o troppo facile a seccarsi è bene che non ci provi nemmeno. E anche chi non è disponibile a studiare tutta la vita. Insomma, certi non vanno bene anche se sanno l’origine della tragedia greca”.
(Oh cavolo! Questo vuol dire che il ginecologo delle mie due amiche…?)
Tutto questo ci ricorda i famosi esperimenti di David Rosenhan: dopo aver inviato dei suoi collaboratori in alcuni centri psichiatrici facendo chiedere loro di essere ricoverati, scoprì che lo staff medico identificò solo uno degli pseudopazienti, mentre gli altri restarono per giorni internati imputando loro vari sintomi di infermità mentale. Persino quando rivelarono la loro vera identità sono stati trattenuti, e dimessi solo in seguito con diagnosi di “schizofrenia in fase regressiva”.
Un lato bello c’è comunque. Giuseppe Ramuzzi e tutti coloro che lavorano nella sanità usando ogni giorno la loro sensibilità in abbinamento ad intelligenza e sapere, danno una speranza: andare dal medico può anche non essere svilente e frustrante. E possiamo anche essere un po’ agitati: lui capirà.
(1) Qui la dichiarazione di Ramuzzi sul Corriere della Sera.
(2) Rosenhan, D. L. (1973) On Being Sane in Insane Places. Science; 179(4070): 250-258.
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