Test(amento) di ingresso a medicina: muore la sensibilità e il buonsenso – di Silvia Salese

Proprio ieri due amiche mi raccontavano le loro esperienze dal ginecologo, un professionista piuttosto rinomato al quale entrambe si rivolgono da anni. Dicevano di sentire un certo timore ogni qual volta si avvicina la data di una visita, sia che si tratti di un semplice controllo che, sempre nel caso di entrambe, del monitoraggio delle loro gravidanze passate.
Una delle due, mentre mi raccontava le nefaste ipotesi (solo ipotesi) di trattamento preconizzate dal medico, è scoppiata in lacrime. Si chiedeva come mai, senza ancora aver fatto né analisi né controlli accurati, il suo fidato ginecologo le avesse messo in preventivo la completa asportazione dell’utero (meglio mettere le mani avanti, giusto!?). Presumo che, anche solo come ipotesi, non dev’essere piacevole come idea.
La più giovane delle due invece affermava di sentirsi sempre sotto esame, in modo piuttosto “grezzo” come se non bastasse. Il dottore in questione sembra avere una certa idea della donna sana, almeno psicologicamente: deve dimostrare di essere rilassata e a suo agio durante la visita, a prescindere da tutto. La mia amica, non sentendosi nello stesso modo in cui ci si sente dal parrucchiere, deve aver mostrato una certa rigidità muscolare, specie durante una certo tipo di inevitabile esplorazione ginecologica. Molto empaticamente allora, per metterla a suo agio, il delicato dottore in un’occasione le ha detto: “Su su, signora! Suo marito non può guardare la televisione tutte le sere! Si faccia allenare un po’!”. Abbiamo ipotizzato che l’allenamento in questione avrebbe aiutato anche lui, povero professionista del mondo femminile, a fare meno fatica durante le perlustrazioni di routine. Che insano egoismo ha avuto la nostra amica a nutrire imbarazzo al cospetto del caro medico!
Ora, (amara) ironia a parte, fin qua non mi sembra ci sia davvero nulla di strano, e a dire il vero nemmeno nulla su cui polemizzare. È normale, perfettamente normale, non vi pare? È certo: se una persona sente di poter dire ciò che gli passa per la testa, magari perchè pensa anche di essere bravo nel suo lavoro (che probabilmente avrà scelto come “missione” per aiutare gli altri, non certo per riempirsi il portafoglio), e se nessuno gli ha mai fatto notare che un elefante in un negozio di cristalli sortisce lo stesso effetto che ha lui sulla psiche delle sue pazienti, bè si, a questo punto, perchè dovrebbe rivedere il suo comportamento? Non ce ne sarebbe il motivo, non è così?
Quanto alle mie due amiche, nonostante la simpatia che provo nei loro confronti, non ho potuto che suggerire loro un piccolo reminder: possiamo scegliere da chi farci visitare, non esistono coercizioni. Se proprio non ce la facciamo a mettere in quadro come si deve il proprio medico prescelto, perchè la sua similitudine con gli dei dell’Olimpo ci ricorda troppo la nostra piccolezza, bè, allora possiamo per lo meno non tornarci più e cercarne un altro. Non posso pensare che una relazione possa essere ineluttabile, specie – tra l’altro – se paghiamo dei bei soldini per mantenerla.
Questa mattina rimuginavamo ancora sulla questione, che a me, da donna, ha infastidito molto e che da persona consapevole di conoscersi meglio di quanto possa fare qualsiasi medico (e che non permetterebbe mai un vituperio del genere) ancora di più. Verso le 8.00 Luca (Luca Bertolotti, che ormai conoscerete se frequentate questo blog e che mi ha suggerito questo intrigante titolo) mi ha raccontato di aver sentito un intervento alla radio che parlava di un primario di Bergamo che ha avuto il coraggio (perchè per me, di coraggio si tratta) di fare il test di ammissione in medicina e di rendere noto il fatto di aver risposto in modo errato a ben 15 domande su 80. Il dottor Giuseppe Ramuzzi, che ha davvero tutta la nostra stima, così scrive al Corriere della Sera (1):
“Quest’esame assomiglia moltissimo a quello che doveva essere l’esame di maturità di sessanta anni fa (ma Dante era guelfo di parte bianca, ndr). Forse lo studente dalla memoria corta, promosso un po’ così dal maestro Giovanni Mosca nel suo libro «Ricordi di scuola», nella vita se la sarà cavata lo stesso. Mosca fu poi un grande giornalista del Corriere. Quanto a me non so se l’avrei passato l’esame di ammissione, forse no, di domande ne ho sbagliate almeno quindici. E avrei dovuto rinunciare a tutto quello che ho avuto dal mio meraviglioso lavoro. L’essere vicino a tanti ammalati e guarirne qualcuno.”
Ebbene si, questo esame richiede ai nostri futuri medici di avere una lunga memoria e cultura generale, ma lo zero assoluto in quanto a capacità relazionali o a riflessioni di tipo etico.
“Negli Stati Uniti pensano che bisognerebbe poterci parlare a chi vuol entrare a medicina, anche solo per qualche minuto. «Ma sono troppi, come fare in pratica?». Come fanno in Francia. Il primo anno entrano tutti, se ne perdessimo anche solo uno di quelli giusti perché non sapeva il sinonimo di impudente, saremmo colpevoli. Al secondo ci vanno solo quelli che hanno fatto bene il primo, a loro però ci si deve parlare davvero.”
E poi i pezzi forti:
Io al candidato chiederei candidamente se fuma e quelli che fumano li lascerei fuori. In questo test non c’è nulla che aiuti a capire se il futuro medico saprà parlare con gli ammalati. All’Università della Virginia chi dimostra garbo e sensibilità e buon senso viene ammesso. Se no è fuori. Quando questi ragazzi saranno laureati gli interventi chirurgici li faranno i robot e il 90 percento della medicina sarà information technology. Già oggi i miei colleghi più giovani hanno tutto nell’iPhone, su queste tecniche non c’è nulla. E non c’è nemmeno una domanda d’inglese che da anni ormai è la lingua della medicina”.
Fare il dottore è un po’ come fare il cuoco o guidare l’aereo, bisogna essere portati: chi è troppo introverso o troppo scontroso o troppo facile a seccarsi è bene che non ci provi nemmeno. E anche chi non è disponibile a studiare tutta la vita. Insomma, certi non vanno bene anche se sanno l’origine della tragedia greca”.
(Oh cavolo! Questo vuol dire che il ginecologo delle mie due amiche…?)
Tutto questo ci ricorda i famosi esperimenti di David Rosenhan: dopo aver inviato dei suoi collaboratori in alcuni centri psichiatrici facendo chiedere loro di essere ricoverati, scoprì che lo staff medico identificò solo uno degli pseudopazienti, mentre gli altri restarono per giorni internati imputando loro vari sintomi di infermità mentale. Persino quando rivelarono la loro vera identità sono stati trattenuti, e dimessi solo in seguito con diagnosi di “schizofrenia in fase regressiva”.
Un lato bello c’è comunque. Giuseppe Ramuzzi e tutti coloro che lavorano nella sanità usando ogni giorno la loro sensibilità in abbinamento ad intelligenza e sapere, danno una speranza: andare dal medico può anche non essere svilente e frustrante. E possiamo anche essere un po’ agitati: lui capirà.
(1) Qui la dichiarazione di Ramuzzi sul Corriere della Sera.
(2) Rosenhan, D. L. (1973) On Being Sane in Insane Places. Science; 179(4070): 250-258.
Su questo argomento, potrebbero anche interessarti:
5 notizie dedicate alla mia farmacista – di Silvia Salese
La medicina del futuro? innanzi tutto l’aggiornamento…

 

Annunci
Pubblicato in 3 - Psiche, soma e dintorni | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Un pianoforte nel nostro cervello: la teoria del cervello olonomico (II parte) – di Silvia Salese

Per spiegare il suo modello teorico, che come abbiamo descritto nella prima parte è essenzialmente un modello matematico, Pribram propose un’analogia tra il cervello e il pianoforte. Una metafora che in effetti rende tutto molto più chiaro, e che più facilmente fa intuire le straordinarie conseguenze della sua analisi.
Partiamo da una semplice domanda: se tutto ciò che abbiamo detto precedentemente fosse reale, come avverrebbe il fenomeno percettivo? Semplice (si fa per dire…): proprio come accade suonando un pianoforte, quando osserviamo qualcosa nel mondo alcune porzioni del nostro cervello risuonerebbero su determinate frequenze specifiche; in un certo senso la percezione accadrebbe premendo solo determinati tasti, che a loro volta andrebbero a stimolare le corde corrispondenti. Quelle prodotte, dunque, saranno informazioni sotto forma di onda (le note musicali) con determinate frequenze, lunghezza e fase (proprio come accade in quanto descritto dal teorema di Fourier) che risuoneranno nei neuroni del nostro cervello. I neuroni, poi, manderanno l’informazione relativa a queste frequenze ad un altro insieme di neuroni che trasformerà (sempre secondo il principio della trasformata di Fourier) tali risonanze descrivendo proprio l’immagine ottica così ottenuta al piano focale oculare. Un terzo insieme di neuroni, allora, costruirà alla fine l’immagine virtuale dell’oggetto, che apparirà a noi come un oggetto fuori nello spazio.
Questa operazione rifletterebbe, a ben vedere, una creazione in un mondo senza tempo e senza spazio di schemi di interferenza, un atto creativo in cui viene generato un oggetto in una dimensione spazio-temporale sulla superficie delle nostre retine.
In un’intervista del 1988 (si vedano le note a fondo pagina), Pribram disse di aver convogliato il modello qui delineato in una teoria, che chiamò Holonomic Brain Theory (teoria del cervello olonomico) e che scelse il termine “olonomico” per distinguerlo da quello “olografico” e sottolinearne così la connotazione olistica generale (holos deriva dal greco “intero”, “tutto”; nomos da “norma”, “legge”).
L’olografia offrì dunque a Pribram la rivoluzionaria intuizione che esistesse una relazione tra il dominio delle frequenze e quello delle immagini-oggetti di cui facciamo esperienza.
Le conseguenze di questo modello ricordano molto quanto emerso dai paradossi della meccanica quantistica: allo stesso modo infatti l’osservatore non può esistere indipendentemente dall’oggetto osservato, e allo stesso modo sembra totalmente inefficace permanere in una prospettiva dualistica che considera i due sistemi come separati.
Il modello olonomico del cervello renderebbe anche conto della vastità della memoria umana in quanto spiegherebbe come riusciamo ad immagazzinare così tante informazioni in uno spazio così ristretto. Come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, gli ologrammi possiedono infatti una straordinaria capacità di contenere dati semplicemente cambiando l’angolazione con cui due raggi laser colpiscono la lastra fotografica, rendendo così possibile accumulare miliardi di informazioni in un solo centimetro cubico di spazio. Ne conseguirebbe che un cervello che funziona secondo i principi dell’olografia non andrebbe a scartabellare nei meandri di un archivio mestico, perché ogni frammento di informazione sarebbe sempre istantaneamente correlato a tutti gli altri.
Il cervello userebbe quindi gli stessi principi dell’ologramma per convertire, codificare e decodificare frequenze (luminose, sonore etc.) ricevute attraverso i sensi. Tutto ciò farebbe perno sul fatto che il cervello non immagazzina informazioni in precise localizzazioni (come ha mostrato Lashley a proposito degli engrammi) ma le distribuirebbe su vaste aree nello spostamento concettuale da strutture a frequenze.
Diversi esperimenti della coppia di neurofisiologi De Valois dell’Università della California dimostrarono come, in effetti, numerose cellule del sistema visivo siano sintonizzate su determinate frequenze, e come queste stesse cellule nei gatti e nelle scimmie non rispondano alle stesse configurazioni ma a quelle di interferenza delle loro onde componenti. La stessa cosa fu mostrata da Fergus Campbell a Cambridge, il quale concluse che il sistema visivo debba essere sintonizzato su frequenze specifiche, in termini di trasformate di Fourier.
Un’ulteriore intuizione di Pribram riguarda la capacità del cervello di analizzare il movimento in termini di frequenze ondulatorie e di trasmettere queste configurazioni così ottenute al resto del corpo.
Egli venne a conoscenza, infatti, di alcuni studi del sovietico Bernstein, il quale analizzò in termini matematici i movimenti compiuti da alcuni attori vestiti con tute nere sulle quali erano state attaccate alcune strisce e punti bianchi per contraddistinguerne gli arti. Gli attori erano poi stati filmati mentre camminavano, correvano o danzavano su uno sfondo anch’esso nero, dopo di che i movimenti tracciati dai segni bianchi, che descrivevano sommandosi una configurazione continua ondulatoria, fu analizzata matematicamente.
Ebbene, il risultato confermerebbe le ipotesi precedenti: i movimenti analizzati potevano essere infatti formalmente rappresentati in termini di equazioni di Fourier, confermando di fatto la possibilità che il cervello comunichi con il resto del corpo con il linguaggio delle onde e delle loro configurazioni.
Al fine di dare supporto all’idea che la trasmissione avvenisse, a livello della corteccia motoria, nello stesso modo come nel sistema visivo – e quindi in modo compatibile con la teoria del cervello olonomico – Pribram mise a punto l’ennesimo esperimento con i gatti (questa volta senza sforbiciate ai loro cervelli…).
Egli registrò le frequenze della corteccia motoria del gatto mentre gli veniva fatta muovere passivamente la zampa destra anteriore in su e in giù, ottenendo così un movimento sinusoidale. Come osservato nella corteccia visiva, anche in questo caso le cellule del nucleo caudato e della corteccia sensomotoria della bestiola rispondevano selettivamente solo a un determinato range di frequenze di movimento.
A questo punto la domanda che si poneva era come potesse avvenire questa trasmissione di segnali in termini di frequenze ondulatorie, in che modo fosse possibile tale decodificazione e trasformazione di tutti i punti che vengono rivestiti dalla perturbazione ondulatoria (chiamata fronte d’onda). Pribram ipotizzò allora che la propagazione non avvenisse all’interno dei neuroni, ma attraverso le glia che li circonda, per mezzo della quale, quindi, verrebbero modulate e analizzate determinate frequenze.
È proprio a questo punto che avvenne l’incontro tra la neurofisiologia, le neuroscienze e la fisica quantistica. Proprio quando Pribram stava sviluppando l’idea che le proprietà ondulatorie e particellari osservate nella meccanica quantistica avrebbero potuto, in qualche modo, essere utili al fine di comprendere le natura dei microprocessi neurali, il fisico David Bohm venne a conoscenza del suo lavoro e lo invitò ad una conferenza a Londra.
In quel momento Bohm stava sviluppando una formulazione alternativa in fisica quantistica e nella teoria del campo che descrivesse il dualismo onda-particella e il fenomeno del non-localismo. Come si dice, un incontro che spunta a fagiolo.
La teoria di David Bohm – una di quelle teorie che mi fanno fare fatica a prendere sonno – implica l’esistenza di un ordine generale che contiene il tutto, quella che battezzò totalità ininterrotta (o totalità senza discontinuità).
Secondo Bohm, la convalida offerta da Aspect circa l’esistenza di legami di tipo non-locale tra le particelle subatomiche, forniva la prova che non esista una realtà in cui le sue componenti siano separate spazialmente. Bohm credeva infatti che ad un livello profondo della realtà, le particelle che comunicano istantaneamente tra loro non siano entità individuali, ma estensioni di uno stesso organismo fondamentale.
A questo livello, in cui il tutto è implicato in ogni sua parte, l’universo stesso non sarebbe altro che una sua proiezione, e per questo la più immediata analogia con questo ordine non può che essere il nostro ologramma.
Nel grosso calderone del tutto, il tempo e lo spazio non sarebbero più dei principi fondamentali (in accordo con le teorie di Einstein), ma una ulteriore proiezione di un sistema più profondo a livello del quale il presente, il futuro e il passato coesisterebbero in un’unica dimensione.
Visto che l’ologramma è un sistema statico, Bohm preferì utilizzare per descrivere l’ordine implicato il termine olomovimento, certamente più adatto a descriverne la sua natura dinamica, eternamente in attività.
All’interno della realtà oggettiva dell’universo fisico, in un livello non-locale esisterebbe un campo in cui ogni sua parte contiene tutte le altre, un enorme magazzino di informazione compenetrate. Ecco perché l’accostamento del modello cerebrale olografico di Pribram con la teoria di Bohm, offre una concezione tanto affascinante (quanto poco intuitiva) della realtà.
Grazie al loro incontro, i due studiosi insieme a Geoffrey Chew ed Henry Stapp, iniziarono a lavorare in gruppo per formulare una descrizione matematica che riflettesse tali fenomeni sia nella fisica subatomica che nei microprocessi cerebrali. Allo stesso tempo, dall’altra parte del mondo, il fisico giapponese Kunio Yasue si stava interessando al campo di ricerche sulla teoria probabilistica nella meccanica quantistica riprendendo gli studi di Bohm sull’argomento.
Fu proprio a questo punto che la psicologa Jibu chiese a Yasue cosa ne pensasse dell’idea di Pribram sull’olografia neuronale. Colpito da questi studi, subito si mise al lavoro per esprimere matematicamente tali processi cerebrali, mostrando alla fine come le reti di comunicazione dendritiche operino attraverso campi vibrazionali che si comportano in accordo con le proprietà osservate nel mondo quantistico.
Non è fantastico? la bella notizia è che – forse per la prima volta – campi di studio tanto diversi e affascinanti si siano incontrati, sul piano teorico, descrivendo la nostra “macchina umana” in termini affatto ordinari e in accordo con le più straordinarie conseguenze messe in luce dallo studio della meccanica quantistica. La brutta notizia è che anche questa notte faticherò ad addormentarmi. Certo è che tra pillola rossa e pillola azzurra, pillola rossa tutta la vita… 😉
Alla prossima!
BIBLIOGRAFIA
Capra F., Il tao della  fisica, 1982, XII ed. 1999.
McTaggart L., Il campo del punto zero, Forlì-Cesena, MacroEdizioni, 2003.
Pribram K. H., Brain and Perception – Holonomy and Structure in Figural Processing, Hillsdale, Lawrence Erlbaum Associates, 1991.
Si veda anche: intervista di Jeoffrej Mishlove a Karl Pribram, Conversations On The Leading Edge Of Knowledge and Discovery, 1988. Testo consultabile sul sito http://www.intuition.org/txt/pribram.htm.
Pubblicato in 1 - Scienza moderna | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Sul dare, prendere ed essere felici: l’esempio di Heidemarie Schwermer

“(…) Una parte essenziale della qualità della vita, che ho guadagnato da questo scambiare e condividere, sono i molti contatti che ho stabilito con persone diversissime. Questi contatti sono estremamente più intensi di quelli degli anni in cui a regolare la vita quotidiana erano i soldi, e le amicizie venivano coltivate solo nel tempo libero. Senza soldi, nel rapporto con gli altri accade qualcosa di nuovo. Tutt’a un tratto i contatti diventano importanti per sopravvivere. Bisogna impegnarsi “anima e corpo”.
Una ricerca, che un gruppo di scienziati ha svolto per sapere quali siano i paesi in cui le persone sono più felici, ha dato risultati incredibili: stati poverissimi, in cui avviene la maggior parte delle catastrofi naturali, dispongono statisticamente della felicità più grande. I ricchi tedeschi si collocano tra gli ultimi dieci su un totale di cinquanta paesi analizzati. Ciò significa che le persone che possiedono poco tendono a stringersi fra di loro e ad aiutarsi reciprocamente perchè per loro non c’è altra soluzione; come successe a noi nei primi anni del dopoguerra, fintanto che tutti tornarono ad avere la loro casetta e il loro conto in banca.
(…) Non si tratta di essere poveri o ricchi, infelici o felici; il punto, invece, è questo: creare delle relazioni, in cui i singoli individui possano vivere in modo sensato e autentico, tra dare e prendere, attività e passività, lavorare e riposare, agire e riflettere (meditare). Questo approccio olistico è il principio di un’epoca nuova.
Per me è già cominciata, e ciò dipende meno dal fatto che io rinunci completamente ai soldi, quanto piuttosto dalle conseguenze che ne derivano, dalla possibilità, cioè, di poter fare in ogni momento quanto mi sembra necessario. Nel nostro normale mondo del lavoro questa non è una cosa possibile. Quale capoufficio si metterebbe a concedere a un impiegato tre giorni per meditare? Oppure quale azienda assumerebbe di tanto in tanto un disoccupato per una giornata? No, l’economia consce solo l’aut-aut che fa ammalare, limita, crea dipendenze.
Ma noi cosa possiamo fare, mi chiederete. Fare tutti a meno dei soldi per acquisire nuove libertà? Non sarebbe certo una soluzione. L’unica cosa che ci può far andare avanti, ciascuno per sé, è cambiare mentalità. Diventare attivi. Crescere. Trovare la pace interiore.”
Tratto da Heidemarie Schwermer, Vivere senza soldi, Terra Nuova, Firenze, 2007, pgg. 110-111.
Potrebbe interessarti anche Vivere senza soldi? si può!
Pubblicato in 5 - Personaggi e citazioni | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Topi, matrix e ologrammi: a tu per tu con il mistero della mente estesa (I parte) – di Silvia Salese

Uno degli studi che più ci affascina, e che in questi giorni ha bussato alla porta della nostra memoria (una metafora quanto mai azzeccata, come leggerete), è quella del cervello olonomico di Karl Pribram. Una teoria molto discussa forse anche perchè, per farla breve, giustificherebbe l’ipotesi secondo la quale ognuno di noi vive in una Matrix, in un campo di interconnessioni dove nulla è ciò che sembra. Una cosuccia non da poco.
Gli studi di Pribram furono inaugurati da una domanda, che probabilmente molti di noi si sono fatti: dove avviene, esattamente, la percezione a livello cerebrale? Per tentare di rispondervi, Pribram si interessò agli studi di Karl Lashley, il padre fondatore della psicologia fisiologica nord-americana, volti alla comprensione della localizzazione degli engrammi, le tracce mnestiche depositarie dei contenuti informativi acquisiti. In pratica la sede della memoria, il nostro hard disk interno. Partendo dal principio secondo cui le funzioni psichiche fossero localizzabili, Lashley asportò una ad una le parti principali del cervello di alcuni topolini che avevano appreso un percorso complesso, fino a quando si accorse che perfino quando era stata danneggiata la maggior parte del  cervello, deteriorato al punto da compromettere le loro abilità motorie, i topolini continuavano a ricordare il percorso. La memoria, quindi, sembrava essere distribuita in ogni parte del cervello, efficace ovunque nel medesimo modo.
Dapprima suo allievo e poi assistente, Pribram successe a Lashley nel ruolo di direttore agli Yerkes Laboratories of Primate Biology; successivamente si trasferì all’Università di Yale, dove studiò la funzione della corteccia frontale nelle scimmie e, insieme alla più generale organizzazione del cervello, la percezione e l’origine della consapevolezza umana.
Fu così che Pribram si concentrò sulla visione. Fino a quel momento la versione accettata e condivisa riguardo alla percezione visiva, voleva che essa avvenisse grazie alla messa a fuoco degli oggetti da parte del sistema sensoriale deputato a questo compito, riproducendone poi le caratteristiche a livello corticale ed inviando quindi l’informazione all’area visiva primaria. Lo abbiamo pensato tutti: a ben vedere, proprio come se avessimo una macchina fotografica interna che riproduce fedelmente le caratteristiche del mondo esterno di cui facciamo esperienza.
Ci sbagliavamo. Nemmeno questi esperimenti portarono a validi risultati, o almeno, non nella direzione attesa. Essi mostrarono infatti che si poteva danneggiare quasi completamente tutto il nervo ottico di un gatto senza interferire in modo evidente con la sua capacità di vedere ciò che stava facendo, i suoi movimenti e così via.
Con buona pace dei topi prima e dei gatti poi, gli esperimenti sulla visione – proprio come quelli sugli engrammi – mostrarono che basterebbe una piccola porzione rimasta inalterata del tratto ottico (come prima di tessuto cerebrale), per ricostruire l’informazione visiva (come prima la rievocazione della routine). Tutto questo chiaramente non è in accordo con quanto detto sulla macchina fotografica, che deve essere integra in ogni sua parte per poter fornire immagini chiare e complete.
Ecco allora che finire degli anni ’50 Pribram si imbatté in una serie di studi che indirizzarono verso nuove strade ed ipotesi le sue ricerche. In particolar modo fu colpito da alcuni articoli circa l’olografia ottica, una tecnologia allora emergente, e dalla particolare metafora sul funzionamento del cervello che essa offriva.
L’ologramma laser fu scoperto e messo a punto dall’ingegnere Dennis Gabor, il quale ricercava un modo per poter ottenere degli ingrandimenti dell’atomo. Questa scoperta gli valse il premio Nobel per la fisica nel 1948.
Immagine tratta – e parzialmente modificata – da http://sdsu-physics.org.
Il principio su cui si basa è tanto semplice quanto straordinario, e descrive essenzialmente un fenomeno di interferenza, ovvero quel fenomeno che si genera quando le onde si sovrappongono le une con le altre. Come si può vedere nell’immagine, l’olografia ottica produce una particolare pellicola che, al contrario di qualsiasi pellicola bidimensionale impressionata (come quella fotografica appunto), permetterà di ottenere l’immagine della mela tridimensionale – esaminabile sotto qualsiasi angolazione e da qualsiasi prospettiva – esattamente come se stessimo guardando (secondo l’esempio qui proposto) la mela reale.
Per farlo, basterà illuminare un suo qualsiasi punto (qualsiasi!) con un fascio di luce laser e… voilà! Potremo vivere il nostro Star Wars casalingo. Se ne deduce che ogni minuscola porzione della pellicola, e quindi dell’informazione codificata, contenga tutta l’immagine.
L’analogia tra questo sistema e il cervello fu proposta da Pribram dopo aver conosciuto lo stesso Gabor, e discusso insieme a lui della questione in termini matematici. La sua teoria, in pratica, descriverebbe l’effettiva capacità del cervello di leggere le informazioni, le quali si presentano sotto forma di onde, per poi convertirle in schemi di interferenza e trasformarle, proprio come nell’olografia, in immagini virtuali tridimensionali.
Questa tesi è esposta e sostenuta da vari calcoli ed esperimenti in Brain and Perception: Holonomy and Structure in Figural Processing, pubblicato nel 1991.
La matematica utilizzata da Gabor per la descrizione dell’olografia ottica si basa su una serie di equazioni di calcolo note come trasformate di Fourier.
Tali equazioni sono in grado di analizzare e descrivere qualsiasi schema come un insieme di oscillazioni regolari e periodiche, che differiscono tra loro solo nella frequenza, fase e ampiezza d’onda.
Qualsiasi immagine ottica può così essere tradotta e convertita in uno schema matematico di figure di interferenza, proprio in accordo con il teorema di Fourier: esso infatti dimostra che ogni oscillazione periodica di un’onda può essere sempre considerata come la somma di oscillazioni armoniche le cui frequenze sono tutte multiple, secondo numeri interi, della frequenza del moto periodico considerato.
Proprio come mostra l’olografia, ogni cosa che vediamo può a ben vedere essere descritta come particolari configurazioni ondulatorie, il tutto supportato e confermato da una base matematica. Ma non solo: un’altra caratteristica delle equazioni di Fourier è che permettono di utilizzarne le componenti che rappresentano le interazioni delle onde e usarle per ricostruire qualsiasi immagine.
Inoltre non bisogna dimenticare un altro interessante aspetto della questione: l’olografia rappresenta il trasferimento nel “dominio dello spettro” di qualcosa che noi percepiamo nel tempo e nello spazio; in altre parole, l’immagine virtuale è uno schema d’interferenza d’onda di qualcosa che viene in questo modo privato della sua dimensione spazio-temporale: a venire rappresentata sarà solo la sua natura ondulatoria, misurata quindi come forma di energia.
Il modello del cervello mutuato da Pribram grazie all’analogia con l’olografia è quindi essenzialmente una descrizione matematica dei processi e delle interazioni neuronali. La matematica che rende tutto questo possibile è la stessa di quella presa in considerazione da Gabor e di quella che prima di lui Hillman e Heisenberg adottarono per la descrizione degli eventi quantistici: fondamentalmente quindi, la matematica che descrive i processi cerebrali è la stessa di quella che descrive lo strano mondo delle particelle subatomiche.
Eccitante, non è vero? il seguito alla prossima puntata (insieme a Star Wars e Matrix naturalmente…).
Bibliografia:
Lashley K. S., in “The problem of cerebral organization in vision”, Biolgical Symposia, vol. VII, 1942. Citato da K. Pribram, Brain and Perception, 1992.
Lashley K. S., Meccanismi del cervello e intelligenza – Uno studio quantitativo di lesioni cerebrali, Milano, Angeli, 1979.
McCarty R. A. e Warrington E. K., Neuropsicologia clinica – Un’introduzione clinica, Milano, Raffaello Cortina, 1992.
McTaggart L., Il campo del punto zero, Forlì-Cesena, MacroEdizioni, 2003.
Ottolini R., “engramma”, in U. Galimberti (a cura di), Enciclopedia di Psicologia, Torino, Garzanti, 1992, 1999, pgg. 371-372.
Pribram K. H., Brain and Perception – Holonomy and Structure in Figural Processing, Hillsdale, Lawrence Erlbaum Associates, 1991.

Pubblicato in 1 - Scienza moderna | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | 11 commenti

E se la particella trovata al CERN non fosse il Bosone di Higgs? – di TNEPD

Il presente articolo è stato pubblicato con il permesso dell’autore. La fonte originale si trova qui.
Grande entusiasmo tra gli addetti ai lavori per l’ultima scoperta che potrebbe gettare nuova luce sulla comprensione della natura e del funzionamento dell’Universo. Grande entusiasmo anche tra la gente comune, che pur senza capire cosa diavolo sia un “Bosone di Higgs” e come potrebbe migliorare la loro vita, si è lasciata trasportare da questa grande ondata di ottimismo e di grandi pacche sulle spalle: l’uomo ha scoperto il “Bosone di Higgs”, anche detta la “Particella di Dio”, perché sarebbe una delle particelle fondamentali per la creazione della materia, cioè, secondo gli scienziati, sarebbe lo strumento principale di cui si servirebbe Dio (o qualsiasi altro principio che è all’origine dell’Universo, ma noi lo chiameremo Dio per comodità) per creare la materia cosmica.
Presa da un delirio entusiastico, Margherita Hack si è spinta molto, ma molto più in là: “Il Bosone di Higgs è Dio!“. Quale meccanismo logico si cela dietro questa affermazione della Hack? Un intento ideologico, secondo il quale qualsiasi cosa è Dio, tranne quello dei credenti? (…).
Ma una articolo comparso su Live Science potrebbe smorzare l’entusiasmo della fondatrice della mistica scientifica. Secondo il sito di divulgazione scientifica, ci sarebbero degli indizi che fanno pensare che la particella individuata dai fisici del Large Hadron Collider non sarebbe il Bosone di Higgs, ma piuttosto una particella esotica che gli somigli. Delusione? Al contrario. Secondo Harvey Newman, fisico del California Institute of Technology e membro dell’esperimento Compact Muon Solenoid (uno dei due esperimenti LHC che hanno permesso l’individuazione della nuova particella), ci troviamo di fronte a una variante più esotica del Bosone di Higgs e, secondo lo scienziato, “è una delle cose più eccitanti che possano accadere”. Ecco perché.
Il Campo di Higgs, e il relativo bosone, fu teorizzato in quanto fornisce la spiegazione più semplice del motivo per il quale tutte le particelle elementari dell’Universo possiedono una massa. In breve, il campo di Higgs è come una sorta di “piscina cosmica” (secondo l’esempio fornito da John Gunion, fisico presso l’Università della California). Le particelle che interagiscono con il campo di Higgs sono simili a un uomo che si tuffa in piscina con tutti i vestiti. Ovviamente, l’uomo con i vestiti bagnati sarà più pesante di coloro che non hanno vestiti.
Quindi, ogni particella che si “tuffa” nella piscina (campo) di Higgs acquisisce massa. Questo modello è sufficiente a spiegare il motivo per cui tutte le particelle del Modello Standard possiedono una massa (il Modello Standard è la teoria che descrive tutte le particelle elementari conosciute e le forze che interagiscono tra di loro). Ma secondo Newman, il Modello Standard non è in grado di spiegare la natura dell’Universo:
“Il modello Standard è incompleto”, secondo Newman, “perché non tiene conto di quelle particelle che compongono l’84% della materia dell’Universo: quella sostanza invisibile conosciuta come “materia oscura“. Il Modello Standard non è in grado nemmeno di la forza di gravità. Inoltre, la teoria tratta la materia e il suo opposto, l’antimateria, come se fossero simmetriche, e quindi non riesce a spiegare il motivo per cui nell’universo sembra esserci più materia che antimateria. Infine, quando si utilizza il Modello Standard per spiegare le energie superiori che esistevano nei primi istanti dell’Universo, la teoria cade essenzialmente su se stessa”, conclude Newman.
Secondo il fisico americano, la teoria del Modello Standard è semplice e potente, ma non può essere la teoria completa delle particelle. “Credere nella validità del Modello Standard, sarebbe come credere nelle leggi del moto di Newton“, afferma Newman. Le Leggi di Newton vanno bene per descrivere i movimenti degli oggetti lenti e a bassa massa. Essa, però, diventa inservibile quando si prendono in considerazione oggetti che si avvicinano alla velocità della luce, o per descrivere oggetti come i Buchi Neri, in grado di piegare spazio e tempo.
“Le leggi di Newton sono meravigliosamente semplici e in grado di descrivere tantissimi fenomeni fisici, ma sappiamo bene che non è la teoria fondamentale. Esse sono un aspetto più semplice di una teoria più fondamentale, cioè la Teoria della Relatività di Einstein, che sembra descrivere il rapporto spazio-tempo in maniera più efficace. Con la teoria del Modello Standard ci troviamo nella stessa situazione: sappiamo che ci deve essere una teoria più fondamentale rispetto al Modello Standard”, spiega Newman.
La teoria principale, che pone il Modello Standard all’interno di una teoria più fondamentale, è chiamata Supersimmetria (o anche SUSY). Secondo la Supersimmetria (incorporata nella Teoria delle Stringhe), tutte le particelle conosciute hanno un partner supersimmetrico molto più pesante. Non solo SUSY è in grado di spiegare l’esistenza di particelle di materia oscura, ma spiega bene anche le interazioni delle particelle ad energie molto elevate, come quelle appena dopo il Big Bang. Inoltre, SUSY riesce a spiegare la strana preferenza della natura per la materia sull’antimateria. La teoria della Supersimmetria richiede l’esistenza di almeno cinque Campi di Higgs sovrapposti in tutto l’Universo, ogni campo con il proprio Bosone di Higg specifico.
Quando si genera una collisione tra particelle come avvenuto nell’LHC, ci si aspetterebbe che ogni bosone decada in un unico insieme di particelle più leggere. Secondo alcuni fisici, sembra che la particella trovata nell’esperimento dell’LHC sia decaduta in un modo non previsto dal Modello Standard. Tuttavia sono necessari ulteriori dati prima che essi sappiano con certezza quale tipo di bosone abbiano ottenuto. Se, infatti, la particella ottenuta è una versione più esotica del Bosone di Higgs, allora potrebbe essere un Bosone di Higgs previsto dalla Teoria Supersimmetrica, o almeno una particella di Higgs non-standard. Questa sarebbe la prima scoperta della fisica oltra il Modello Standard. “Complessivamente, abbiamo uno scenario tremendo che si apre di fronte a noi”, ha concluso con enfasi Harvey Newman.
Pubblicato in 2 - Fisica di (tutti) quanti | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Una nuova educazione? serve anche il tuo aiuto – di Silvia Salese

Cari amici, sempre più spesso ho l’impressione che uno dei maggiori problemi del nostro tempo sia la scuola e la formazione in generale dei nostri allievi più giovani. Perché? Senza troppe spiegazioni, soggettive e arbitrarie, vi chiederei semplicemente di cercare su Google Immagini la parola “education”.
Fatto? Bene. Non vi sarà sfuggito lo scenario: una lunga fila di “tocchi”, i cappellini dei laureati. Credo non ci sia simbolo migliore per descrivere la situazione attuale: l’educazione – ad oggi – è considerata dalla maggior parte delle persone come un percorso che possiede al suo apice il titolo accademico.
La faccenda non lascia indifferenti, soprattutto perché condivisa da una cultura intera. Un percorso con una tale finalità presuppone diversi fattori, uno più inquietante dell’altro. Il  primo è che chi non ce la fa (si ferma prima, fa una scuola professionale, va a lavorare, tarda a dare l’ultimo esame, tenta la carriera del ballerino…) è considerato certamente un po’ meno di chi può indossare il “tocco”. Poveretto. Poveretta.
Il secondo è che la scuola – sempre ad oggi – è concepita come mezzo per infarcire le menti degli allievi di informazioni, dati, tecniche. Più cose ci metto, meglio è, partendo dal presupposto che la conoscenza sia fornibile da qualcuno che la possiede, senza spazio alcuno per la scoperta, la creatività e l’errore.
Il terzo è che, in una società di laureati, possiamo constatare dei tassi di disoccupazione alle stelle e la carenza di variegate figure professionali che la società necessita e che fatica a trovare.
In ultimo, alzi la mano chi può dire con certezza che grazie alla sua laurea è diventato una persona migliore.
Questo naturalmente non è affatto un tentativo di screditare un percorso accademico, ci mancherebbe altro. Tuttavia credo che sarebbe opportuno considerarlo proprio in quanto tale: un percorso, uno tra tanti, una forma di educazione tra tante, un’opportunità tra tante, senza giudizi di valore.
Cosa’ha a che fare tutto questo con i nostri ragazzini? Bè, non so se ricordate un mio precedente articolo sui generis scritto (neanche a farlo apposta) dopo un consiglio di classe (1). In quel post raccontavo di aver sentito una conferenza su TED di Ken Robinson, personaggio brillante e pieno di risorse (2). Non paga di quella sferzata di energia, ho acquistato e letto un suo libro, “Out of Our Minds” (3), un saggio in cui Robinson mette in parole i dubbi e le domande spesso confuse che da insegnante mi pongo quasi tutto l’anno. Anche lui crede che la scuola vada rovesciata, e che quella dell’accademico sia solo una delle tante forme di vita possibile (4). Per chi sta leggendo e non è insegnante, occorre dire che sempre più spesso nelle classi si ha a che fare con problemi enormi: dispersione scolastica, demotivazione, aggressività. Baccano, confusione, rifiuto delle regole, disinteresse, sonno. Sofferenze, silenzi, senso di fallimento e frustrazione.  E mille altri particolari affatto incentivanti.
Ora, avendo la fortuna di lavorare come consulente in percorsi professionalizzanti, mi sono resa conto che la conoscenza può essere trasmessa in mille modi diversi, uno dei quali è quello pratico. Vero, reale, immediatamente sperimentabile. E che è anche molto apprezzato.
Ho capito anche che i ragazzi con i quali abbiamo a che fare sono una riserva di energia inespressa o iper-espressa in modo non funzionale. Allora ho fatto un po’ i conti con le cose che mi sono servite durante questo tempo e ho pensato – anche grazie al lavoro di Robinson – di condividere con voi una serie di punti di osservazione non convenzionali, che forse potrebbero servire a creare una scuola alla rovescia. Questa lista è da considerarsi aperta e discutibile: aspetto un vostro contributo in proposito, una riflessione e (apprezzatissime!) delle proposte operative.
1 – Sui neuroni mirror e l’utilizzo inopportuno della voce
Le neuroscienze servono, specie da quando abbiamo perso il buon senso che ci permette di capire le cose come effettivamente sono. I neuroni mirror o specchio sono quella classe di neuroni che si attiva sia mentre facciamo qualcosa che quando osserviamo qualcun altro compiere la medesima azione. Il che giustificherebbe l’inutilità di insegnare che il fumo fa male mentre teniamo una sigaretta in mano.
Cosa significa? Che un insegnante – sia che insegni da 6 mesi che da 35 anni – non può esimersi di mettersi in gioco e di vedere nel comportamento dei suoi allievi anche una parte di se stesso. Non dobbiamo avere paura di ciò che riflette la nostra classe: ci parla anche di noi, del nostro modo di porci nei loro confronti e – cosa ancora più sottile e insidiosa – di cosa noi realmente pensiamo di loro. Se mi sforzo di fare del mio meglio ma in cuor mio credo che i miei alunni siano dei poveracci, ignoranti e senza speranze, cosa conterà maggiormente? L’ultimo corso di aggiornamento o ciò che penso?
In pratica, quando i nostri allievi gridano, chiediamoci come utilizziamo la nostra stessa voce per comunicare con loro. Anche i neuroni mirror insegnano…
2 – Non solo secchioni
Spesso in classe – nei momenti di maggiore intensità – gioisco del fatto che non tutti siano come ero io da ragazzina. Secchiona e scontenta. Il talento può esprimersi in vari modi, e deve farlo. Questo fatto è importantissimo: se si assume che non nasciamo come una tabula rasa ma che in noi si annidi un talento (anche se a volte difficile da stanare), la scuola dovrebbe essere concepita non solo come un imbuto attraverso il quale riempire i contenitori altrui di conoscenza, ma anche come un rastrello che persegua la finalità di aiutare i ragazzi a scoprire quale sia il loro canale di espressione principale della loro creatività. Scopriremo che non tutti esprimono maggiormente se stessi studiando Dante, ma che qualcuno riesce a farlo – godendo poi di tutta l’energia e l’entusiasmo che ne trae – ballando. Cantando, dipingendo, suonando. Scolpendo, progettando, scrivendo. Impastando una pizza facendola roteare in aria. La scuola deve incentivare la creatività, non sopprimerla, ora più che mai. Potremmo davvero stupirci.
3 – L’apprendimento è un processo individuale
Non possiamo più pensare ad una classe in cui tutti stanno zitti e imparano. Specie se chi partecipa ha meno di 25 anni. L’apprendimento dovrebbe essere differenziabile… come? Un buon aiuto possono darcelo le nuove tecnologie. Consideriamo di dover insegnare l’era del Giurassico: perché farlo ancora in modo preistorico? Qualcuno naturalmente potrà apprezzare la nostra lezione frontale, ma qualcun altro potrebbe trarre maggior giovamento da un video, altri da immagini, altri ancora dalla progettazione di un plastico, o giocando ad un videogame studiato ad hoc. “Si, e come si fa? Non sai che c’è poco tempo per tutto?” potreste chiedermi. Lo so, ecco perché potremmo parlarne, e magari iniziare dal possibile.
4 – Il successo genera successo, la gioia conduce alla gioia.
“Non ci sono vie per la felicità. La felicità è la via” recita un detto buddhista. In effetti, non può che essere così. Avete mai osservato cosa succede quando degli studenti compiono qualcosa di buono, quando riescono ad esprimere la loro creatività in modo costruttivo o eccellere in un compito, o richiesta, come mai prima di allora? È qualcosa di impagabile. Il lavoro con questi studenti ne risulterà completamente trasformato quando si riesce a farne tesoro: l’autostima generata, la comprensione del bisogno di sforzo e disciplina per riuscire in un’impresa può cambiare radicalmente la percezione di sè, dell’apprendimento in generale e degli insegnanti. A volte, anche della propria vita.
5 – Il cambiamento non è solo una questione di psicologia. E nemmeno di psicologi.
Ci sono generalmente due atteggiamenti di fronte al problema dell’educazione e alle proposte psicologiche. Uno vuole che tutto sia risolto dagli psicologi, i quali di fronte ad uno scenario complesso e variegato dovrebbero proporre strategie e metodi validi per una sua rapida risoluzione. Un altro invece si fa quasi beffe della materia, quasi a dire: “si si, provaci pure. Intanto noi professori dobbiamo occuparci di cose serie, come i programmi e i voti”. Credo fortemente che entrambi i punti di vista siano limitati. Che gli psicologi si occupino di bagattelle non è vero, anzi, non è sempre vero. Talvolta il punto di vista offerto da chi si barcamena, in primo luogo, con la propria psicologia potrebbe essere molto utile. Che a questi ultimi però sia affidato l’onere di portare la luce, è decisamente ingenuo. Sarebbe utile a questo proposito rinfrescarci la memoria con lo studio di Strupp e Hadley che, nel 1979, hanno dimostrato come dei finti psicoterapeuti, rappresentati in realtà da alcuni professori di varie materie con una forte predisposizione all’ascolto degli altri, abbiano ottenuto gli stessi risultati di un gruppo di veri psicoterapeuti nell’aiuto di studenti problematici.
6 – Disponibili si, fessi no.
Altra questione è quella della disciplina. Sono convinta che un buon punto fermo sia quello del rispetto delle regole, almeno di quelle di base che garantiscono un incontro rispettoso tra persone che hanno ruoli diversi. Ne sono convinta perché i miei allievi, dopo un anno di urla e strepiti per concessioni non soddisfatte (richieste reali: mp3 durante le verifiche, girarsi una sigaretta in classe prima di uscire, rispondere all’sms della mamma durante la lezione, andare in bagno dopo l’intervallo, uscire per picchiare il compagno della classe accanto e così via) mi hanno riferito di essere stati contenti. Di essere stati contenti di ricevere dei no, per quanto categorici e vissuti, in quel momento, come crudeli prese di posizione. Certo, ci va energia, anche perché spesso il “no” scatena tempeste furiose che potrebbero essere facilmente mitigate dalla più piccola eccezione. Resistere alla tentazione può essere difficile, ma a parere mio, strettamente necessario.
7 – L’unione tra gli allievi fa la forza. Ma quella tra gli insegnanti non è certo da meno!
Tutti sappiamo cosa succede ai bambini quando mamma e papà litigano tra loro. E sappiamo anche l’effetto che ha la mancanza di stima, fiducia e collaborazione tra le figure di riferimento per una persona in crescita. Devastante e caotico.
Per molti questa sarà una banalità, ma il fatto è che nelle scuole si crea una sorta di famiglia, istituzionale d’accordo, ma pur sempre una famiglia. I ragazzi si immergono in questo fino al collo, acuiscono dinamiche e giocano sui malintesi. È incredibile quanto può fare l’accordo tra i professori, la condivisione chiara di un obiettivo comune, la predisposizione all’aiuto reciproco e la creazione, insieme, un ambiente dinamico e gioioso. Il contrario genera disordine, disorientamento e malumore.
Bene, a questo punto vi starete chiedendo se io sia così brava da svolgere nella piena consapevolezza e serenità questo lavoro. Non lo sono affatto, sto solo tentando approcci differenti, rinforzata dai piccoli e grandi successi che conseguono ad un arduo e appassionato lavoro prima su me stessa, e poi con gli allievi. Ancor meno ritengo di potercela fare da sola, per questo ogni vostro contributo sarà il benvenuto. A presto!

________________________________________

(1) Si tratta di “Insegnanti, stiamo uccidendo la creatività?” che si trova qui.
(2) Il video in questione, sottotitolato in italiano, può essere visionato e scaricato a questo indirizzo: http://www.ted.com/talks/lang/it/ken_robinson_says_schools_kill_creativity.html.
(3) Ken Robinson, Out of Our Minds – Learning to be Creative, Capstone, Westford, 2001 (ed. aggiornata del 2011).
(4) A tal proposito, vi suggerisco un video molto interessante di Robinson su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=SVeNeN4MoNU.
Pubblicato in 4 - Psicologia senza frontiere | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | 12 commenti

Spaziomente e la scienza dell’invisibile a Cinemambiente

Cari amici, vi informiamo che domani sera, Lunedì 4 Giugno a partire dalle 18.15,  Luca Bertolotti e Silvia Salese parteciperanno al dibattito “La discutibile Scienza dell’Invisibile” che si terrà dopo la proiezione del film-documentario “Cosmic Energy” (Cinema Massimo, Via Verdi 18 – Torino).
“Cosmic Energy”, di Giuseppe Schillaci, prodotto dalla EIE Film di Paolo Pallavidino, partecipa al festival raccontando la storia di tre uomini italiani che fondano una società la cui missione è quella di sperimentare nuovi metodi per l’agricoltura e l’ambiente partendo dall’idea che il Cosmo, la Natura e l’Uomo sono fatti della stessa energia e quindi connessi tra loro. Ottengono alcuni risultati interessanti tanto che le loro teorie vengono testate da un Istituto Regionale di Ricerca. Con un tono ironico ma mai superficiale, con un linguaggio tra la commedia e il dramma accompagnato da inserti di animazione grafica, questo documentario ci fa entrare nel “mondo” visibile e invisibile dei tre protagonisti.
In serata si terrà una festa per il lancio della campagna di crowd-funding di livingwithless.net, primo portale web che raccoglie le esperienze più significative e operative sul tema della sostenibilità e dell’utilizzo collettivo (collaborative consumption) a livello mondiale, nato come progetto parallelo al documentario pluripremiato in tutto il mondo “Vivere senza Soldi” di Line Halvorsen, prodotto con il contributo, tra gli altri, del Piemonte Doc Film Fund.
Insomma, molti argomenti interessanti e operativi. Quello che ci vuole!
Per scaricare il programma del festival in pdf, clicca qui, oppure visita il sito www.cinemambiente.it.
Pubblicato in 8 - Eventi e novità | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento