“Fonziologia”: possibile che non abbiamo mai niente da imparare?

Lo scorso fine settimana al Salone del Libro di Torino ci siamo imbattuti in un libro che immediatamente ha stuzzicato la nostra curiosità: si tratta di “Inconscio ladro!” di Elisabetta Ambrosi (La Lepre Edizioni, 2010). Il solo sottotitolo, “malefatte degli psicoanalisti”, non lascia molto spazio al dubbio: si, qualcuno ha osato criticare la psicoanalisi, quel sistema così nobile e autorevole di cura dell’anima che da sempre spopola tra gli introspettivi, gli infelici o, semplicemente, i curiosi esploratori della psiche.
Il libro è la testimonianza di Elisabetta del suo percorso decennale di analisi. Durante la lettura abbiamo talvolta dimenticato che gli aneddoti e le riflessioni tragicomiche che ha raccontato fossero tratte da una vita reale e da eventi che per l’autrice saranno stati probabilmente drammatici. Lo stile sobrio e sarcastico con il quale li descrive spesso fa sorridere, altre volte ridere di gusto, proprio perché mette in luce con una chiarezza disarmante l’umanità (nel senso più terra terra del termine) di un sistema che si è posto in modo granitico e indiscutibile come metodo principe per la conoscenza e la crescita interiore.
Innanzi tutto ne abbiamo apprezzato la franchezza e la capacità dell’autrice di mettersi in gioco in prima persona, non solo raccontandoci i fatti suoi, ma esordendo mettendo in luce la soggettività della sua esperienza che però, proprio per questo, dovrebbe essere presa in considerazione. Ecco quanto scrive in apertura:
Inconscio ladro! nasce dall’esperienza vissuta, non da riflessioni teoriche, e per questo potrebbe essere accusato di parzialità. “Tu ti limiti a raccontare le tue tragicomiche avventure. Però non tutta la psicanalisi è così”. C’è del vero in questa affermazione. Tuttavia le pagine che seguono sono nate dalla convinzione che anche un’esperienza fatta sulla propria pelle abbia tutte le carte in regola – forse più di alcuni saggi sistematici e asettici – per cogliere i veri punti deboli di una teoria e di una pratica da sempre controverse. Chiunque, paziente, ex paziente o semplice appassionato di psicologia, ritroverà in queste pagine la memoria di innumerevoli sedute inutili o addirittura dannose, a prescindere dalle diverse scuole e terapie analitiche.
Certo, a prescindere dall’orientamento. Questo vale la pena sottolinearlo: dipende dalla persona, non dalla teoria di riferimento, tant’è che la ricerca dimostra che non esiste una cornice teorica più efficace di un’altra nella pratica clinica: dipende da chi la utilizza e da come lo fa. Certo, si tratterebbe di riconoscere i nostri limiti e la nostra personale responsabilità in gioco, così come i limiti e la responsabilità della nostra bandiera (che certamente avrà): sappiamo farlo?
Perché freudiani e neofreudiani alimentano la vostra dipendenza da loro e poi non fanno altro che ripetervi “Lei deve farcela da sé”, “Lei deve liberarsi della dipendenza da suo padre, o da suo marito” (…)? Perché, rispondono loro, quella tra paziente e analista è una dipendenza terapeutica. Si tratta di una risposta che, naturalmente, ha una sua base di verità. Eppure, mi sembra che chi lavora curando le persone, quasi un operario specializzato in dipendenze, dovrebbe essere sempre molto attento a che il rapporto tra sé e il proprio paziente non degeneri in una eccessiva dipendenza. Invece no. La maggior parte di loro, nella dipendenza del paziente, ci sguazza.
Possiamo dire che non sia vero? E ancora, abbiamo tutti la lucidità di riconoscere un paziente che non ha bisogno di noi, o che può muoversi agilmente con le sue gambe dopo appena 4 sedute? E in questi tempi di crisi economica, siamo davvero così pronti (inconsciamente, d’accordo!) a rinunciare a questa “entrata” senza battere ciglio? Riconosceremmo un paziente che ha già fatto 15 anni di analisi splendidamente conclusa ma non ce lo ha detto?
E ancora:
Nonostante tutte le ramanzine sul senso del limite e sul principio di realtà, talvolta sono gli stessi analisti a soffrire di una sindrome di onnipotenza cronica. La loro terapia assomiglia a quelle erbe magiche delle favole, in grado di resuscitare persino i morti. (…). Questa supposta proprietà meravigliosa della psicanalisi, unica garante dell’happy end, si rovescia in incubo qualora si decida di abbandonare la terapia. Conosco persone alle quali sono state dette testuali parole: “Lasciando, lei mette a repentaglio la sua vita” e “La sua esistenza sarà infelice”. Tanto più che i sentimenti che accompagnano tali affermazioni, lungi da un’empatica preoccupazione per il paziente, oscillano tra la costernazione e la rabbia.
Insomma, “Inconscio ladro!” mette in luce i limiti della psicoterapia e – soprattutto – di alcuni suoi iniziati. Spesso gli operatori della psiche sembrano avvolti da un’aurea di mistero e chiaroveggenza, propria di chi sa vedere oltre il visibile e di chi vive in uno stato di profonda consapevolezza e saggezza (immagine alimentata, naturalmente, dal consenso dei non-iniziati). Ok, possiamo anche crederci, ma – a nostro avviso – fino a prova contraria. Saremo cattivelli ma vorremmo lanciare una provocazione: se uno psicoterapeuta, ad esempio, ha un tic, quasi le persone cercano di assecondarlo, di non farci caso, non è vero? (soprattutto se lo paghiamo per ascoltarci); se lo ha il nostro collega di lavoro, lo bombardiamo di interpretazioni sull’inconscio e la sua manifestazione nevrotica.
Se uno psicoterapeuta appare insensibile, distante e presuntuoso, diamo per scontato che sia per via del suo percorso di analisi didattica, e dunque interpretiamo la sua fastidiosa saccenza con profonda saggezza. Se incontriamo invece qualsiasi altra persona per strada con queste caratteristiche, è sicuramente un pomposo gradasso ignorante dal cuore sterile.
Perché? Non stiamo dicendo che un professionista della psiche con un tic o con una manifesta presunzione non possa fare bene il suo lavoro, solo ci chiediamo: potrà insegnare ad un altro (magari con gli stessi problemi) ad investigare la sua “scatola nera”, prendere coscienza delle sue nevrosi e sublimare le energie pulsionali verso oggetti costruttivi e più evoluti? Sarebbe come avere un dietologo obeso, qualche conto non tornerebbe, e non solo economicamente…
Ora, la questione è che in occidente interpretiamo molto malamente il concetto di “cura”, che sia fisica o psichica: chi cura ne deve certamente sapere più di te, e non occorre che te lo dimostri, perché la tua fede deve essere incondizionata. Ma chi lo ha detto? Con una mano sulla coscienza, possiamo veramente affermare, tutti noi psicologi e terapeuti, di essere perfetti? Che i medici abbiano capito tutto sull’eziologia delle malattie e sul loro rimedio? No, nessuno.
Ma perché allora dobbiamo dare a bere questa visione ai nostri pazienti, per forza? Perché non possiamo imparare qualcosa anche noi grazie a loro, grazie ai loro feedback, grazie alle testimonianze come quella di Elisabetta? Perché interpretiamo la fallacia come un difetto, un limite da cui sfuggire? Perché non possiamo fare virtù della capacità di riconoscere i propri limiti e sapersi mettere in gioco in prima persona? È questo che insegniamo loro, o che impartiamo ai nostri figli?
La storia e l’esperienza insegnano che se un processo di crescita a due (o più) è possibile, lo è grazie ad un percorso fatto fianco a fianco, non con uno che cammina e l’altro che lo guarda dalla cima di un faro. Insomma, sovente chi chiede aiuto non cerca quella perfezione dalla quale siamo lontani (sentendoci in colpa), ma cerca solo un po’ di “concreta” umanità, non ipocrita o mascherata da distacco professionale.
No no! non iniziamo con il gioco delle resistenze eh? È come la religione: non appena si muove una critica contro il sistema è perché stai canalizzando il diavolo, quando lo si fa contro il guru è perché è il tuo ego che sta parlando, e quando lo fai contro la psicologia o varie forme di psicoterapia è perché sono resistenze inconsce. In questo il prologo e la postfazione del libro di Elisabetta Ambrosi – curate da due psicoterapeute doc – sono un ottimo esempio di mancanza di autocritica: se non ti piace, è un problema tuo, non certo nostro o del metodo infallibile, il tutto condito da un’ironia forzata nel primo caso, e da parole dotte e così specialistiche da risultare incomprensibili nel secondo.  Nella migliore delle ipotesi (ossia riconoscendo ad Elisabetta una vaga capacità di intendere e di volere, per quanto resterà comunque sempre una “paziente”) è forse stata sfortunata nell’incontrare l’unico terapeuta imbranato al mondo.
È il classico cliché che si ripete spesso e volentieri, dove – a nostro avviso – ciò che emerge non è per nulla un amore per la conoscenza e una sincera ricerca di comprendere l’altra persona, ma sempre il cercare di puntualizzare e proteggere i paradigmi a cui si aderisce, come se fossero di gran lunga più importanti.
Ed ecco che in questi casi ci sembra di vedere applicata non tanto una Psicologia ma una sorta di “Fonziologia”. Già, avete presente il Fonzie della sitcom Happy Days, quando a fronte di osservazioni su palesi errori commessi, proprio non riusciva a chiedere scus….. scu…, insomma, scusa? La domanda sorge allora spontanea: ma possibile che non abbiamo mai niente da imparare?
Concludiamo dunque questo post manifestando la nostra gratitudine ad Elisabetta Ambrosi per aver voluto condividere la sue esperienza ed essersi messa in gioco in prima persona senza paura di essere psico-vivisezionata psicologicamente (come è buffamente accaduto proprio all’interno della suo stesso libro).
Cercheremo di tenere sempre a mente le sue preziose critiche costruttive!
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Dieta e disturbi psichici? Si, anche…

Non iniziano a diventare pesanti tutte quelle lagnanze di genitori ed insegnanti che criticano il sistema attuale, privo di morale e valori, additato come foriero dei principali problemi arrecati ai (e dai) giovani di oggi? Come consueto, ci chiediamo cosa ci stiamo a fare noi, così a bravi ad individuare le cause del disagio, se non riusciamo per primi a dare un esempio diverso, di decisa controtendenza, ai ragazzini “incontrollabili” che ci capitano a tiro (e che spesso sono svegli, di lucida intelligenza ma semplicemente stufi di noi adulti).
A parte la nostra insofferenza, mista ad un senso di impotenza verso alcuni “grandi” che vorrebbero essere un faro nella nebbia (e che invece sono la nebbia che oscura il faro) vorremmo proporvi di riflettere su una semplice questione, quotidiana, reale, e che potrebbe fare una considerevole differenza: le pietanze sulla nostra tavola, quelle che condividiamo con i nostri figli. No no, un attimo, non diamo subito la colpa a ciò che i ragazzi mangiano fuori da casa: i gusti e le abitudini si formano strada facendo, e sono anche una questione di educazione e di relazione con i genitori. La faccenda meriterebbe un discorso a parte in effetti, ma proseguiamo ugualmente.
Ci siamo già occupati di alimentazione in varie sfaccettature, buttando qua e là qualche stimolo che, nella nostra vita pratica, ha contato e conta tutt’ora molto. Troverete i link di approfondimento al fondo dell’articolo.
L’impressione è che molti di noi abbiano perso il buonsenso, a partire appunto da ciò che immettiamo nel nostro organismo almeno due volte al giorno. Come la storia insegna, quando la saggezza sembra perduta ci si appoggia a fonti esterne chiamate a ri-insegnarci e ri-educarci ad un utilizzo costruttivo delle nostre aree corticali: ed ecco che nasce la scienza. Zigzagando su internet, concentrandosi su fonti attendibili, non possiamo che sorprenderci. Ci viene in mente, ad esempio, un articolo pubblicato su Plos One nel 2011 (link), sintesi di una ricerca enorme sull’alimentazione degli adolescenti e la correlazione con i più comuni disordini mentali del nostro tempo. Una ricerca importante in effetti, considerando il fatto che tre quarti dei disordini psichiatrici emergono durante l’adolescenza o la prima età adulta. In particolare, in quello studio vennero coinvolti 3040 adolescenti australiani, tra gli 11 e i 18 anni, e raccolti i loro dati prima nel 2005-2006 e poi nel 2007-2008. Le abitudini alimentari positive o non positive, vennero messe in relazione con i risultati ottenuti dalla scala emozionale misurata dal test PedsQL (Pediatric Quality of Life Inventory). I risultati più alti misero in luce una salute mentale migliore nei ragazzi che, non a caso, assumevano quotidianamente una dieta migliore e più salutare rispetto a chi aveva ottenuto punteggi più bassi del PedsQL.
Una considerazione naturalmente condivisibile degli autori, è che nelle ultime decadi si è registrato un forte decremento nel consumo di frutta, verdura e prodotti caseari a favore invece di snack, cibi prodotti dai fast food e bevande zuccherate. Ovvio? Evidente? Scontato? Bene, e allora piantiamola di assecondare la nostra povertà alimentare – e cognitiva – giustificando l’obesità e  l’iperattività della creatura che stiamo crescendo (“poverino, non mangia niente e ingrassa: è un problema di tiroide…”, “è tanto nervosa e si sfoga mangiando, come facevo io alla sua età…”, “non sta mai fermo, tutto suo padre!”).
Oltre ad un buon esame di coscienza, consideriamo che – tra gli altri – le fibre, il magnesio, il selenio, lo zinco, le vitamine del gruppo B e i polifenoli sono di per se stessi degli agenti che contrastano i disturbi depressivi in quanto modulatori dello stato redox (il risultato dell’attività di sistemi enzimatici tra loro correlati, che controllano finemente il livello delle specie reattive dell’ossigeno formate durante i processi metabolici – link) e delle funzioni immunitarie.
Come se non bastasse, è stato pubblicato recentemente uno studio condotto dal Nutrition Department della Benedictine University dell’Illinois (link) che completa quanto riferito sopra: l’adozione di una dieta vegetariana da parte degli onnivori migliora il tono dell’umore (anche se, onestamente, questo studio sembra un po’ “poverello”: solo 39 persone coinvolte per un periodo di 15 giorni… forse non basta per giungere a conclusioni forti).
Un’ultima riflessione. Personalmente, non crediamo che i problemi psichici, i disturbi dell’umore e la sensazione – per sua natura, molto variabile e sottoposta a continue oscillazioni – di contentezza e felicità, possano essere “risolte” e monitorate dalla sola alimentazione. La psiche, le emozioni e i comportamenti che ne derivano, sono questioni troppo complesse per poter essere ridotte ad epifenomeni e ricondotte alle sole scelte nutrizionali. Ok, detto questo però, possiamo escludere che queste ultime non ne abbiano un’influenza? Che – oltre ad essere un elemento importante per la nostra salute – non abbiano di conseguenza anche un effetto sulla nostra psiche? No, noi non ce la sentiamo. E poi, da qualche parte bisogna pur iniziare…
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E se Darwin si fosse sbagliato? – di Benedetta Napolitano

Cari amici, pubblichiamo questo interessante articolo che ci ha inviato qualche giorno fa Benedetta Napolitano. Desideravamo farle i complimenti, innanzi tutto perchè ha tutti i riferimenti bibliografici (e per questo è la benvenuta su Spaziomente!), e poi perchè ha deciso di intitolare il suo lavoro inserendo un punto interrogativo. Uno scritto che lascia spazio alla riflessione dunque, ad ulteriori studi ma, soprattutto, all’immersione in sempre nuove domande. Grazie Benedetta!
Che le specie viventi si siano effettivamente evolute nel corso del tempo è ritenuto un dato di fatto oggettivo e quasi universalmente accettato. D’altra parte, l’evidenza dei fossili e di altri fatti incontestabili, come la convergenza evolutiva e la presenza di geni vestigiali, stanno a provarlo oltre ogni ragionevole dubbio.
Tuttavia, ancora oggi, una parte della popolazione mondiale, specialmente quella del Continente Americano, ritiene che la teoria evoluzionistica di Darwin sia fallace e che quella di un disegno intelligente sia più attendibile [Dawkins, 2010].
Altri Autori, piuttosto bistrattati dalla scienza ufficiale, hanno proposto poi un “creazionismo non religioso”, avanzando l’ipotesi che l’evoluzione dell’uomo sia stata causata da esseri extraterrestri, gli annunaki o nephilim, abitanti di un presunto pianeta Nibiru, che, circa 300.000 anni fa, avrebbero combinato il loro DNA con quello degli ominidi [Sitchin, 2011].
Quest’ultima ipotesi, per la verità, non appare del tutto infondata (poiché è provato che con l’ingegneria genetica si può effettivamente modificare un organismo) soprattutto se si ammette che ci possano essere altri esseri intelligenti nell’universo e che nessuno può escludere che essi, nelle epoche passate, abbiano potuto visitare la Terra. Ciò nondimeno essa non spiegherebbe come si siano evolute tutte le altre specie viventi.
Inoltre, molti studiosi, pur accettando la validità dell’azione selettiva della selezione naturale, si rifiutano di accettare che le mutazioni evolutive siano dovute alla cieca forza caso.
In questo panorama, piuttosto complesso ma indubbiamente dominato dalla prevalenza della teoria evoluzionistica darwiniana, si inserisce la nuova ipotesi evoluzionistica presentata da Pellegrino De Rosa, uno studioso e scrittore italiano, che ha proposto una teoria ideoplastica dell’evoluzione delle specie viventi, da lui denominata plasticismo evolutivo [De Rosa, 2011].
Questo autore che, come dottore agronomo forestale, ha solide basi entomologiche ed ecologiche, ha elaborato la sua ipotesi di studio in seguito alle osservazioni da lui compiute sugli insetti criptomimetici (fasmidi), sugli insetti sociali (termiti) e sugli  animali rapidomimetici (sepiidi).
Ha attribuito la capacità degli animali mimetici di adattarsi all’ambiente a una presunta forza ideoplastica della psiche (e ciò per analogia con il fenomeno ipnotico noto come monoideismo e con tutta una serie di effetti di somatizzazione, descritti nel testo) e ha proposto che il possibile meccanismo d’azione potesse essere di tipo quantistico e olografico, facendo espresso riferimento al paradigma olografico di Bohm e Pribram.
In sintesi, secondo l’autore, se si accetta che la mente possa agire sulle cellule somatiche del corpo (cosa che avviene sia alle seppie, che si adeguano istantaneamente al colore del fondale, sia all’uomo, con le numerose manifestazioni di somatizzazione accertate dalla medicina e dalla psichiatria, effetti placebo, ecc…) non si vede perché essa non possa agire anche direttamente sulle cellule germinali e determinare in esse le mutazioni ideoplastiche evolutive (come nel caso dell’insetto-foglia).
Perciò, conclude proponendo che l’evoluzione delle specie viventi possa essere dovuta a una volontà che prende forma, che egli definisce: “plasticismo evolutivo”.
L’autore, poi, compie un passo successivo e cerca di individuare un possibile meccanismo d’interazione tra mente e corpo, cercandolo nelle scienze di frontiera: la fisica e la biologia quantistiche.
Infatti, fa notare che, se si accettano le conclusioni della meccanica quantistica riferite alla materia inanimata (entanglement, collasso della funzione d’onda, coerenza e decoerenza quantistica, ecc…) non si vede perché gli stessi principi non si possano applicare anche alla biochimica, alla genetica e alla fisiologia degli esseri viventi. Perciò, riferendosi agli esperimenti di Pribam sul cervello e alla sua teoria olografica, e considerando che anche il corpo dei viventi pare possedere delle informazioni (es. memoria degli organi dei trapiantati) giunge a suggerire che l’interazione mente-cervello possa essere spiegata con un meccanismo quantico e olografico.
Proseguendo ulteriormente in tale direzione, l’autore si spinge fino ad accettare il modello olografico di Bohm, e la sua distinzione tra ordine implicito e ordine esplicito, proponendo un’interazione tra i due aspetti della medesima realtà, cosa che spiegherebbe anche il modo di funzionare della presunta mente collettiva degli insetti sociali.
Le mutazioni acquisite dalla specie mutata, che vive nella realtà fisica o “ordine esplicito” di Bohm verrebbero, quindi, registrate anche in una “matrice olografica”, metafisica o parafisica, specifica della nuova specie e residente in una dimensione olografica denominata “ordine implicito”, grazie a un’interazione “non locale” (“bio-entanglement quantistico”) prevista dalla fisica quantistica. La matrice olografica, poi, per “risonanza plastica e olografica”, eserciterebbe la sua influenza su tutti gli altri individui della specie.
La teoria del plasticismo evolutivo si differenzia, pertanto, sia dal lamarckismo (che non è basato su un’azione esclusivamente mentale, bensì sul principio dell’uso e del non uso degli organi, e che non riesce a spiegare né il meccanismo di trasferimento delle variazioni fisiche, dalle cellule somatiche a quelle germinali, né la comparsa di variazioni non condizionate dall’uso e dal non uso: es. mantello mimetico della giraffa), sia dal darwinismo (che è basato, principalmente, sull’ipotesi di improbabili variazioni casuali ma funzionali del DNA e, solo in seconda istanza, sulla selezione naturale).
E, ancora, secondo l’autore, il plasticismo evolutivo può spiegare anche l’evoluzione ideoplastica delle specie vegetali, poiché anch’esse, secondo i recenti studi sulla neurobiologia vegetale, pare siano dotate di un certo grado di facoltà psichiche (si vedano, a tale proposito gli studi condotti dal prof. Stefano Mancuso presso il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale, presso il Polo Scientifico dell’Università di Firenze). Anzi ritiene che sia stata proprio l’errata convinzione che i vegetali (e i microbi) non avessero alcuna funzione mentale ad aver spinto i sostenitori del darwinismo a ricercare la causa delle mutazioni nel caso e i creazionisti in una volontà divina. Con il plasticismo evolutivo viene rimesso al centro del processo evolutivo l’individuo (sia esso uomo, animale, vegetale o microbo) e le sue facoltà mentali, forse condivise in maniera “olografica e non locale” con il resto della sua specie di appartenenza.
Il prof. Pellegrino De Rosa (1) [2012] invita, infine, i ricercatori a progettare esperimenti tendenti a verificare i possibili effetti mutageni della volontà di soggetti umani, sottoposti a suggestioni prodotte da realtà virtuali o da induzioni ipnotiche) sul materiale genetico dei gameti.
BIBLIOGRAFIA
Dawkins, R., (2010), Il più grande spettacolo della Terra – Perché Darwin aveva ragione, Milano, Ed. Mondadori, 2011.
Sitchin Z., (1983), Il pianeta degli dei, Milano, Ed. Piemme, 2011.
De Rosa P. (2011), Il plasticismo evolutivo – Una nuova ipotesi evoluzionistica basata sulla biologia quantistica e sull’entanglement olografico, Macerata, Ed. Simple, 2011.
De Rosa P. (2012), E se Darwin si fosse sbagliato?, Tricase (Le), Ed. Youcanprint.it, 2012.
___________________________________
(1) L’ipotesi del “Plasticismo evolutivo” è stata presentata in diversi articoli e scritti, già a partire dal 2009, e costituisce il nucleo centrale di un fortunato fanta-thriller pubblicato nel 2011 dallo stesso autore con il titolo “Metamorfer. La gemma di Darwin”.
Per comunicare con l’autrice, cliccate qui.
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La fine di un blog, ma con grande classe

Cari amici, abbiamo avuto il piacere di ricevere il premio “Liebster Blog” da EpiNeo, che ringraziamo calorosamente (il suo, è uno di quei blog che, senza fare fracassi, pubblica e commenta notizie di grande utilità, propone e incoraggia senza distruggere e criticare. Un esempio per molti blogger, e lo troverete qui: http://epineo.blogspot.it).
Il Liebster Blog consiste nella nomination e presentazione pubblica di cinque blog ritenuti “amabili”. I vincitori, tendenzialmente, dovranno a loro volta assegnare il Liebster ad altri 5 blog, e così via.
Mentre spulciavamo tra i nostri blog preferiti, ci siamo imbattuti in “4 Sfumature della Realtà”. Siamo rimasti di stucco: qualche giorno fa l’autore, denominato L’Hacker, ha chiuso il blog, ha oscurato i contenuti e scritto le motivazioni della sua scelta. In effetti, sono quest’ultime ad averci sbalordito, non tanto la saracinesca in sè (prima o poi un blog – come ogni cosa – vedrà la sua fine. Nulla di così strano.)
Le sue parole, grazie ad una serie di fatti marcatamente sincronici, rispondono ad alcune questioni sulle quali stavamo riflettendo in questi giorni. Navigando qua e là tra l’informazione alternativa (di controtendenza, se volete, o di riflessione su fatti e notizie che mettono in seria discussione l’egemonia imperante dei media, della medicina, della politica bancaria e “cosucce” simili), ci siamo resi conto che esistono tante e tante persone che si dedicano con serietà alla condivisione di risorse utili per riuscire a tirare fuori la testa dalla melma in cui ci arrabattiamo giorno per giorno. Spesso, perdiamo il senso della misura e di noi stessi, invochiamo salvezza da una scienza sempre più simile ad un movimento religioso per dogmatismo e ristrettezza, mettiamo la nostra salute nelle mani di chi dà per scontata la nostra fiducia e il nostro portafoglio, ci ritroviamo vittime di un sistema folle e corrotto che non solo non possiamo condividere: non possiamo nemmeno fuggire, tanto ci avviluppa e ci inganna.
Allora nasce l’eco dei molti che non ci stanno e che – non paghi di aver fatto la loro scelta – hanno anche il coraggio di condividerla, di diffonderla, di discuterla e di metterla in gioco nel duro confronto con i giganti del potere, sapendo probabilmente che – se si dovesse fare sul serio – si rischierebbe di venire spazzati via come foglioline autunnali al vento.
EpiNeo ben scrive quando afferma: “Siamo in un momento storico particolare, dove ci sembra di sapere molto, di poter accedere a tutta l’informazione che vogliamo. (…) Il problema è proprio questo: l’informazione ufficiale purtroppo è limitata, e spesso purtroppo è una non-informazione o addirittura un’informazione falsa”. Vero, verissimo.
Talvolta (e questa è la parte più mortificante di tutte), si viene investiti da orde barbare di persecutori anonimi che utilizzano l’arma più potente di tutte per mettere a tacere quelle che possono anche solo essere opinioni personali: la derisione. E si sa, davanti all’anonimato e alla risata, non è possibile instaurare un confronto costruttivo. In questo modo chi si occupa di informazione alternativa si trova a ricoprire il ruolo di vittima incompresa, malmenata con parole offensive che potrebbero dare il via a serie interminabili di botte e risposte per nulla edificanti per chi cerca di mantenere una sorta di “dignità in rete”.
Però, amici lettori e amici blogger, stiamo perdendo un’evidenza importante: le cose non si cambiano così. Non serve a niente e a nessuno cercare di combattere una “cospirazione” quando non si studia il più potente malfattore dell’umanità: quello annidato dentro noi stessi (a tal proposito potete anche leggere il post Trovata la sede del “governo occulto”). L’Hacker, nel suo messaggio di addio, fa ricorso a delle parole che – a nostro parere – vale la pena ricordare ogni qual volta che si è pervasi da un intenso desiderio di ribellarsi contro il sistema operante pensando di avere una qualche verità in tasca:
La cospirazione c’è, ma essa è “una rappresentazione” della realtà. E’ come guardare un luogo lontano con un binocolo: Tu puoi anche passare la tua intera vita a fissare ogni singolo tratto di quel luogo al limite dell’orizzonte, ma finché non sarai in grado di conoscere TUTTI I PUNTI DI VISTA, e di entrare dentro quel luogo, ogni informazione che ne potrai ricavare si presterà all’inganno, e qualora oserai fare speculazioni su che cosa sta avvenendo effettivamente in quelle parti di territorio in cui il cannocchiale non riesce a penetrare, allora potrai anche intuire la verità, a volte, ma molte altre volte diverrai preda delle tue ossessioni. 
Questo non significa che l’essere umano non possa fare nulla e che sbagli cercando di fare chiarezza al di fuori di sè. Ma dunque dove risiede l’errore? Torniamo a L’Hacker:
(l’uomo sbaglia quando) compie l’errore di non METTERE IN DUBBIO SE STESSO, di non domandarsi quale uomo egli sia, impedendosi così di vedere COME FUNZIONA ciò che è dentro di sé, e quindi non giungendo mai ad allargare la lente del suo cannocchiale, a muoversi per fare una vera esperienza di ciò che sta accadendo, e infine – quindi – rimanendo nell’IMPOSSIBILITA’ di conoscere i veri “intrecci” della cospirazione, che si fondano non sulla natura dell’uomo, ma su “problematiche” dell’uomo. Intrecci che solo un vero innalzamento di se stesso gli potrà far conoscere, scoprendo di viverli nella sua stessa giornata, nella sua stessa vita, nel suo stesso corpo. Io ho scelto di METTERE IN DUBBIO CIO’ CHE CREDEVO DI ESSERE, ed è proprio in seguito a questo METTERE IN DUBBIO ME STESSO, che ho deciso di chiudere l’esperienza di questo blog.
Da qui, il nostro amico si mette a nudo come raramente di vede fare, con una lucidità e un coraggio a dir poco ammirevoli e straordinariamente generativi:
Non mi interessava dare informazioni. Le notizie, nel profondo del mio animo erano dati su cui tentavo di veicolare il più profondo messaggio che cercavo di offrire, cioè: senso di LIBERTÀ, DIGNITÀ, di LIBERA ESPRESSIONE DI SÉ E DEL PROPRIO POTENZIALE. Ma ora, il solo atto di sperare che io potessi dare tutto questo agli altri, quando non ero nemmeno io in grado di averlo, è per me – ORA – fonte di biasimo per me stesso. 
Noi, l’annuncio di L’Hacker, lo abbiamo letto tutto, e dobbiamo dire da essere rimasti pervasi da uno strano senso di speranza, sì, di fiducia nelle potenzialità della coscienza umana e che nulla ha a che vedere con ciò che viene comunemente (fra)inteso con altre cosucce di scarso valore da un punto di vista interiore (quali ad esempio la telepatia o le doti medianiche).
Speranza, dunque, nel fatto che se un risveglio globale dovrà avvenire – o sta già avvenendo – non potrà che passare proprio da questo tipo di rivoluzione interiore.
Un sincero ringraziamento all’autore per lo splendido esempio, davanti al quale ogni forma di informazione, contro-informazione, complottismo o anti-complottismo non può che impallidire. Ecco perchè abbiamo deciso di spendere per lui tutti e cinque i nostri “Liebster Blog”, consapevoli che ci saranno comunque tante occasioni in futuro per continuare a manifestare la nostra stima e fiducia a diversi utilissimi blog tutt’ora attivi sul web.
A L’Hacker dunque i nostri più sentiti auguri e a tutti voi il consiglio di dedicare qualche minuto alla lettura attenta delle sue parole (http://4sfumaturedellarealta.blogspot.it): difficilmente ve ne pentirete.
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Sopravvivere alla persecuzione della propria ZNP – di Silvia Salese e Luca Bertolotti

La ZNP – meglio conosciuta come Zona di Non Problemi – è quell’area oscura e inquietante della nostra vita di cui proprio non vogliamo occuparci, una stanza buia che preferiamo tenere chiusa, innanzi tutto a noi stessi, per timore di vederne uscire una quantità di fatti, questioni e situazioni che richiederebbero una soluzione, o anche solo un po’ di considerazione per essere rimesse in sesto e per evitarne un inevitabile peggioramento. Terribilmente difficile e scomodo, molto meglio sederci in poltrona, fare un giro al centro commerciale oppure organizzare l’ennesima, insana giornata tra ZNPielliani (sostenitori del mantenimento e rigonfiamento della ZNP), spesso un rimedio sicuro ed efficace per parlare di tutto e non parlare di nulla allo stesso tempo,  rintontendoci di frasi vuote, luoghi comuni, giudizi infondati. Un buon artificio distraente che permette di mantenere al sicuro il nostro traballante status quo.
Sì, facciamo bene, benissimo a non occuparci della nostra ZNP. Se osservata, potrebbe rivelarci un mare di fatti riguardanti noi stessi che richiederebbero, tutti, un sincero e spietato esame di coscienza. Lo sanno bene quelle coppie (in)felici che pranzano ogni Domenica in un ristorante diverso e che, per chissà quale motivo, non provano più la minima gioia nel trascorrere del tempo insieme, soli. Meglio non pensarci però, e tantomeno parlarne: forse un buon bicchiere di vino spazzerà via quella malinconia di fondo rimediando all’inevitabile affievolirsi del sentimento (ah sì! la ZNP si nutre anche di luoghi comuni).
Lo sanno bene anche quei professoroni, dotti uomini e donne di cultura, che nel rimpinzarsi di consensi e sguardi di ammirazione sperano di dimenticare lo sfacelo della vita, un insidioso travaglio quando ad occuparsene è solo la propria testa (nel senso più “cerebrale” del termine).
Anche diversi politici lo sanno, e numerosi uomini d’affari, che per un cospicuo numero di anni utilizzano il potere e l’opulenza per non guardare quanto siano vuote le loro idee, prive di spina dorsale perché prive di pratica, o quante persone si avvicinino a loro per interesse (sopportandoli, ovviamente, in tutti i loro deliri di grandiosità), non certo per quel fascino pulito e carismatico che tanto hanno invidiato nei personaggi idolatrati da bambini.
La Zona di Non Problemi, quando affrontata vis a vis, potrebbe però indicarci delle interessanti resistenze e paure che nutriamo nei confronti della vita e del nostro prossimo. Se guardiamo bene, affrontare la ZNP significherebbe inaugurare per davvero una strada di reale conoscenza di sé, un percorso spirituale, magari.
Tuttavia la storia insegna che anche molti psicologi, pazienti di psicologi, presunti guru e allievi di presunti guru se ne guardano bene. Come dire… siamo tutti fighi (perdonate il termine tecnico) quando ci ritroviamo a consigliare a qualcun altro la strada che conduce al “paradiso”, ma lo saremmo proprio molto meno se quella stanza buia ci ricordasse tutte le persone alle quali abbiamo tolto il saluto, quei pazienti ai quali abbiamo mostrato un lato terribilmente falso di noi stessi (ah già… era per loro…), tutte le scuole e le tradizioni iniziatiche di cui abbiamo parlato male (la nostra è senza dubbio la migliore…), tutte le volte che abbiamo dichiarato di essere illuminati e, dopo 10 minuti, abbiamo tirato un ceffone a nostro figlio.
Allora, per evitare di conoscere così a fondo noi stessi, rischiare di investire tempo ed energie per occuparci del reale rapporto che abbiamo con gli altri, con il cibo, con la salute, con i soldi o con il lavoro, ecco alcuni semplici consigli di sopravvivenza alla persecuzione della ZNP:
- Se siete insegnanti e rischiate di scoprire di non riuscire a gestire una classe o, ancor peggio, di nutrire una profonda rabbia verso i vostri allievi, potete appellarvi alla degenerazione sociale, alla crisi della famiglia e ai pochi strumenti che vi vengono dati dalle istituzioni. Chi potrà darvi torto? No, non dovete mettervi in discussione voi: tutto il resto del mondo dovrebbe farlo.
- Se siete persone (economicamente) ricche e, sulla soglia dei 50 o 60 anni, scoprite di essere terribilmente infelici, aprire quella porta potrebbe condurvi alla constatazione di aver investito, semplicemente, su cose di dubbia rilevanza esistenziale. Se avete paura di dirlo a voi stessi e di cambiare improvvisamente rotta, potete sempre decidere di andare a vivere dall’altra parte del mondo senza minimamente cambiare voi stessi e i criteri sui quali avete basato la vostra relazione con gli altri: le vostre necessità e i vostri desideri sempre e costantemente al centro. Potrebbe funzionare: volete mettere quante distrazioni può offrire l’Australia? E per quanto tempo il vostro intontimento potrebbe durare?
- Se la Zona di Non Problemi riguarda il rapporto con il vostro o la vostra partner, cercatevi un lavoro piuttosto lontano da casa, anzi, lontanissimo. Meglio se sono previste delle frequenti trasferte. Oppure un lavoro che potrà sempre giustificare un rientro a casa all’ora beata, stanchi e un po’ nervosi; chi mai si oserà a rompervi le scatole in quelle condizioni? E poi, si sa, l’”amore” è nutrito dalla lontananza… (non dimenticate mai un pizzico di luoghi comuni dopo la cottura).
- Quando la vostra ZNP diventa opprimente (si, potrebbero esserci dei periodi in cui viene reclamata la vostra attenzione più che in altri…), fingetevi pensierosi e depressi per motivi esistenziali. Potreste addurre la vostra angoscia, ad esempio, a qualche banalità cosmica (come non avere più tempo per giocare con il vostro bambino o per leggere e studiare, quando però in passato non ve ne è mai fregato nulla), oppure ad un più generico vuoto esistenziale sul quale preferite non parlare (e in effetti, cosa mai si potrebbe dire sul “vuoto”?). Solo Dio può capirvi, tutti gli altri sono solo babbani impiccioni.
- Più la vostra ZNP è abbondante e più vale la pena stordirvi: andate al cinema (emozionandovi magari per qualche film demenziale in cui potrete identificarvi con l’eroe del momento, dimenticandovi per un paio d’ore di voi stessi), accendete la radio a manetta, bevete senza ritegno, fumatevi qualsiasi cosa, riempite le vostre case di gente interessata al calcio sopra ogni altra cosa: più lo farete, meno rischierete di ritrovarvi di fronte a quella porta.
- Se la vostra ZNP è nutrita, ad esempio, da sensi di colpa verso qualcuno, evitatelo come la peste. Potrete sempre giustificare la vostra scelta appellandovi a qualche, inevitabile, errore o gaffe commessa in passato da questa persona: chi non ne ha mai fatti? Oppure rimuovete ogni traccia di memoria con una terapia di auto-ipnosi.
- In ultimo, se frequentate persone che desiderano invece far luce su ciò che oscura la loro vita, rendendo la loro esistenza un’affascinante avventura, per nulla ordinaria né tantomeno tranquilla, cambiate compagnia: non si sa mai che persone del genere possano contagiarvi oppure (orrore!) aiutarvi ad aprire la vostra porta. Cercate di circondarvi di persone che temono come voi la ZNP e che non si sognerebbero mai di darvi una mano sincera per aiutarvi a fare più chiarezza nella vostra vita, di persone che sarebbero disposte a perdere l’amicizia, piuttosto che rischiare di crearne una vera.
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“Salute e libertà si conquistano ogni giorno”: parola di Andrea Conti

Ma quanto ci piacciono i blog così ben fatti! Cari amici, oggi vorremmo presentarvi un blog, secondo noi davvero ben curato, utile e illuminante, curato da Andrea Conti, dottore in fisioterapia e personaggio degno di nota per quanto riguarda la divulgazione e la condivisione della conoscenza.
Il sito in questione (qui: http://contiandrea.wordpress.com) offre un ampio panorama, ben documentato, su come prendersi cura della propria salute e debanalizzare alcune pratiche tutt’altro che ovvie. Qualche esempio? Bè, lo sapevate che alcuni medici curano la sclerosi multipla (riuscendoci…) partendo dal presupposto che sia una malattia dovuta ad un’ostruzione delle vene giugulari? Che la vitamina D è 800 volte più efficace dei vaccini nella prevenzione dell’influenza? E che gli Huntza, la popolazione più longeva al mondo, non conoscono nè le nostre patologie degenerative, nè il cancro, nè le malattie del sistema nervoso?
Ecco cosa ci piace: il linguaggio semplice, chiaro, evidentemente proteso verso l’utilità e la fruibilità, privo di dogmatismi e metafore pompose. I temi, attuali, nuovi e, per molti versi, rivoluzionari. In ultimo, la capacità di Andrea di andare al nocciolo della questione, “snocciolando” concetti e idee probabilmente frutto di un’appassionata ricerca personale e professionale e che non tiene solo per sè. Grazie Andrea, hai tutta la nostra simpatia!

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Circondati da gente aggressiva? consigliate una nuova dieta!

Al solito, vi presentiamo un articolo sugli effetti di una dieta nefasta non tanto perchè la reputiamo una scoperta sensazionale (avessimo chiesto ai nostri nonni, probabilmente ci avrebbero detto le stesse cose…), quanto perchè sembra interessante l’avanzare della ricerca medica su alcune questioni che, fino a poco tempo fa, non erano così tanto prese in considerazione dagli organismi ufficiali. Qualcosa forse si sta muovendo.
Alcuni ricercatori della San Diego School of Medicine hanno condotto uno studio su 945 persone, uomini e donne, con lo scopo di valutare l’effetto degli acidi grassi trans sul comportamento (Beatrice A. Golomb, Marcella A. Evans, Halbert L. White, Joel E. Dimsdale. Trans Fat Consumption and Aggression. PLoS ONE, 2012; 7 (3): e32175 DOI:10.1371/journal.pone.0032175).
Cosa sono gli acidi grassi trans? Un piccolo ripassino di chimica: gli acidi grassi insaturi si dividono in cistrans, con formula chimica diversa. Tanto per dare un’idea, i grassi idrogenati (quelli che ingurgitiamo mangiandoci le patatine fritte dei fast  food o cibi a contenuto di oli vegetali raffinati, come alcuni dolci di pasticceria) sono quelli a maggior contenuto di grassi trans, mentre i grassi non saturi naturali si trovano normalmente nella forma cis.
Ebbene, i nostri studiosi hanno constatato che gli acidi grassi trans, oltre ad alterare la funzione metabolica, l’insulino-resistenza, l’ossidazione e la salute cardiaca, sono anche associati in maniera evidente all’aggressività e all’irritabilità, diventando addirittura un fattore predittivo di conflitto e “perdita dei lumi”. Lo studio è stato pubblicato su Plos One, insieme ad un commento degli autori: se questa evidenza potesse essere considerata a tutti gli effetti causale, i cibi contenenti grassi acidi trans dovrebbero essere vietati, ad esempio, in scuole e prigioni, ed in tutti i luoghi in cui le conseguenze possono andare a svantaggio di altri (praticamente, ovunque…). Noi ci stiamo.
A questo proposito, per saperne di più sugli acidi grassi trans cliccate qui.
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