10 malattie spiritualmente trasmissibili

Il momento cari amici è arrivato: finalmente qualcuno ha messo in parole lo strano disagio che pervade ogni persona di buon senso di fronte a scenari di stucchevole new age, percorsi iniziatici di dubbia sostanza, sfrenati shopping spirituali o gare agonistiche tra chi pensa di avere l’aureola più luminosa.
Noi di Spaziomente, sempre più concretamente attratti da sani e concreti scenari interiori e sempre più insofferenti di fronte allo scempio offerto da movimenti autoproclamanti spesso asserviti al denaro e al potere sul prossimo, ci eravamo già  esposti in passato su questo tema con due articoli:
Spiritualità S.p.A (Senza possibili Alternative): un aiuto concreto
Scienza e spiritualità: il nostro parere – di Luca Bertolotti e Silvia Salese
In questi giorni abbiamo avuto modo di leggere un libro straordinario sull’argomento consigliato dagli amici dell’Associazione Per-Ankh: si tratta di Tra Cielo e Terra – Gli errori della Ricerca Spirituale e le Pretese Premature di Illuminazione, di Mariana Caplan. Un vero regalo.
Non solo. Sempre gli amici di Per-Ankh hanno pubblicato sul loro blog una splendida sintesi (tradotta a sua volta dai curatori del sito http://lameditazione.com) delle 10 più comuni distorsioni che contaminano ogni sprovveduto aspirante spirituale. Si tratta di comuni meccanismi di difesa fondati sulla proclamazione egoica, sulla negazione della realtà o sull’identificazione di gruppo.
Il testo di Caplan è decisamente interessante perché, con le parole dell’Associazione Per-Ankh,  “approfondisce e chiarisce le difficoltà, le possibilità di errore, le frodi, le illusioni, i fraintendimenti e gli equivoci, gli inganni e gli autoinganni che si verificano nel corso di ogni ricerca spirituale”.
Questo libro rivela le gravi distorsioni e le fraudolenti pretese di potere che caratterizzano la scena spirituale dei nostri tempi. Dozzine di interviste di prima mano con studenti e discepoli, insegnanti e maestri provenienti dalle diverse tradizioni spirituali, insieme a ricerche allargate e approfondite su molti testi di varie scuole di insegnamento, sono qui sintetizzate per assistere il lettore nell’evitare di incorrere anche lui nelle cadute possibili su un sentiero difficile.”
Dunque via alle parole della Caplan. Speriamo evitino la pandemia.
“C’è una giungla là fuori e questo è vero per la vita spirituale non meno che per ogni altro aspetto della vita. Crediamo davvero che una persona, per il semplice fatto di aver fatto meditazione per cinque anni, o aver fatto 10 anni di pratiche yoga, sarà meno nevrotica di un’altra? Nel migliore dei casi sarà un pò più consapevole di esserlo. Giusto un pò.
E’ per questo che ho speso gli ultimi 15 anni della mia vita facendo ricerche e scrivendo libri sulla coltivazione del discernimento nel percorso spirituale […]
Dopo aver conosciuto centinaia di insegnanti spirituali e migliaia di praticanti attravero il mio lavoro e i viaggi, sono rimasta colpita dal modo in cui le nostre opinioni spirituali, esperienze e prospettive diventino similmente “infette” da “contaminanti concettuali” — del resto una relazione confusa e immatura con principi spirituali complessi può risultare invisibile e insidiosa quanto una malattia sessualmente trasmissibile.
Le seguenti 10 classificazioni non si intendono come definitive ma sono offerte come uno strumento per rendersi consapevoli di alcune delle più comuni malattie spiritualmente trasmissibili:
1- Spiritualità Fast-Food: Mescolando la spiritualità con una cultura che celebra la velocità, il multitasking e la gratificazione istintiva il risultato è molto simile ad una Spiritualità Fast Food.  E’ un prodotto della fantasia comune e comprensibile secondo cui il sollievo dalla sofferenza della condizione umana può essere veloce e facile. Una cosa è chiara comunque: la trasformazione spirituale non può essere  ottenuta con una soluzione tampone.
2- Spiritualità d’imitazione: è la tendenza a parlare, vestirsi e comportarsi come immaginiamo farebbe una persona spirituale. E’ un tipo di imitazione spirituale che emula la realizzazione spirituale così come una fabbrica di  pelle di leopardo imita la vera pelle di un leopardo
3- Motivazioni confuse: sebbene il nostro desiderio di crescita sia genuino e puro, finisce spesso mischiato con motivazioni minori come il desiderio di essere amati, il desiderio di appartenenza, il bisogno di colmare il nostro vuoto, la credenza che il sentiero spirituale eliminerà la nostra sofferenza e ambizione spirituale, il desiderio di essere speciali, migliori di, essere “gli unici”.
4- Identificazione con le Esperienze Spirituali: In questa malattia l’ego si identifica con le nostre esperienze spirituali ritenendole “le proprie”, e iniziamo a credere di incarnare intuizioni sorte in noi in certi periodi. Nella maggior parte dei casi non dura per sempre, sebbene tenda a durare più a lungo per quelli che ritengono di essere illuminati e/o fungono da insegnanti spirituali.
5- L’Ego Spiritualizzato: Questa patologia si produce quando la struttura della personalità egoica  diviene profondamente intrisa di concetti e idee spirituali. il risultato è una struttura egoica “anti-proiettile”. Quando l’ego diventa spiritualizzato siamo invulnerabili all’aiuto, a nuovi stimoli o a feedback construttivi. Diventiamo esseri umani impenetrabili e bloccati nella crescita spirituale, tutto nel nome della spiritualità.
6- Produzione di Massa di Insegnanti Spirituali: Ci sono diverse tradizioni spirituali trendy che producono persone convinte di essere ad un livello di illuminazione spirituale, o Maestria, che è ben al di là del loro reale livello. Questa malattia funziona un pò come un nastro trasportatore spirituale: metti su questo bagliore (put on this glow?), ottieni questa intuizioni, e — bam! — sei illuminato e pronto ad illuminare altri in modo simile. il problema non è che questi insegnanti insegnino, ma che rappresentino se stessi come maestri spirituali.
7- Orgoglio Spirituale: nasce quando il praticante, dopo anni di sforzi laboriosi ha effettivamente raggiunto un certo livello di saggezza e usa questo traguardo per giustificare la chiusura verso un’ulteriore esperienza. Un sentimento di “superiorità spirituale” è un sintomo di questa malattia trasmessa spiritualmente. Si manifesta come una sottile sensazione del fatto che “Io sono migliore, più saggio e al di sopra degli altri perchè sono spirituale”.
8- Mente di Gruppo: Anche descritta come pensiero-di-gruppo, mentalità cultica o malattia dell’ashram, la mente di gruppo è un virus insidioso che contiene molti elementi della tradizionale co-dipendenza. Un gruppo spirituale sigla in modo inconscio e sottile degli accordi rispetto al modo corretto di pensare, di parlare, vestire e comportarsi. Individui e gruppi contagiati dalla “Mente di Gruppo” rigettano individui, atteggiamenti e circostanze che non si conformano alle regole, spesso non scritte, del gruppo.
9- Il Complesso dei Prescelti: Il Complesso dei Prescelti non è limitato agli Ebrei. E’ la credenza che “Il nostro gruppo è spiritualmente più evoluto, potente, illuminato e, per farla semplice, migliore di ogni altro”. C’è un’importante differenza tra il riconoscere di aver trovato il sentiero, l’insegnante o la comunità giusta per se stessi, e l’aver trovato L’Unico sentiero.
10- Il Virus Mortale: “Sono arrivato”. Questa patologia è così potente da essere terminale e mortale per la nostra evoluzione spirituale. E’ la credenza che “Io sono arrivato” all’obiettivo ultimo del sentiero spirituale. Il nostro progresso termina nel momento in cui questa credenza si cristallizza nella nostra psiche perchè appena cominciamo a credere di aver raggiunto la fine del sentiero cessa ogni crescita ulteriore.
Secondo gli insegnamenti di Marc Gafni “L’essenza dell’amore è la percezione, quindi l’essenza dell’amore per se stessi è la percezione di se stessi. Puoi innamorarti soltanto di qualcuno che riesci a vedere chiaramente–incluso te stesso. Amare è avere occhi per vedere. Solo quando guardi te stesso chiaramente puoi cominciare ad amare te stesso”.
E’ nello spirito di questo insegnamento che credo che una parte decisiva dell’apprendere il discernimento nel sentiero spirituale sia la scoperta della pervasiva malattia dell’ego e dell’ auto-inganno che sono in tutti noi. Ed è qui che abbiamo bisogno di senso dell’humor e del supporto di veri amici spirituali. Via via che affrontiamo i nostri impedimenti alla crescita spirituale arrivano momenti in cui è facile cadere nella disperazione, nell’auto svalutazione e perdere la nostra fiducia nella Via. Dobbiamo mantenere la fede, in noi stessi e negli altri, se vogliamo fare una qualche differenza in questo mondo.”
Tratto da http://associazioneperankh.wordpress.com/2013/08/25/10-malattie-spiritualmente-trasmissibili-di-mariana-caplan/

 

 

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L’unità di misura dell’amore secondo Natalino Balasso

E anche secondo noi…

balassoamore

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Un augurio da Spaziomente

Cari amici, è probabile che l’anno che verrà, come quello appena trascorso, sarà difficile sotto molti aspetti ma allo stesso tempo ricco di preziose opportunità. Non dobbiamo però sederci ed aspettare che succeda qualcosa, ciascuno di noi ha la grande responsabilità di migliorare il suo piccolo mondo.
Vorremmo offrire a tutti i lettori di questo blog un sincero augurio di buon 2013 attraverso le parole di un grande scienziato.
Un caloroso saluto a tutti,
Luca Bertolotti e Silvia Salese
AUGURI2013
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Una tabella dei cibi alcalinizzanti e acidificanti free download

Cari amici,
è ormai un fatto piuttosto condiviso: la nostra salute è correlata al grado di alcalinità e acidità del nostro organismo. In particolar modo è stato osservato che la malattia dipenderebbe da una condizione iperacida direttamente proporzionale al consumo di cibi manipolati ed edulcorati, all’esposizione ad un ambiente inquinato, allo stress.
Questi e molti altri fattori rappresentano un vero e proprio sconvolgimento del delicato equilibrio acido/basico, costringendo il nostro corpo ad utilizzare il suo “serbatoio alcalino” per far fronte ad una sovrapproduzione di rifiuti acidi.
Cosa possiamo fare? Diverse cose. Innanzi tutto constatare la situazione in cui ci ritroviamo e valutare oggettivamente la condizione alcalino/acida del nostro organismo. In secondo luogo cercare di riportare una sorta di equilibrio grazie all’alimentazione.
La tabella qui riportata, scaricabile gratuitamente cliccandoci sopra, è un documento prezioso da tenere in vista nelle nostre cucine. Si tratta di una lista di cibi tratti dal libro di Baroody e Palmisano, Alcalinizzatevi e Ionizzatevi (Bis Edizioni, 2012) che riporta il grado di alcalinità e acidità dei nostri più comuni alimenti e condimenti.
I due autori sottolineano che per il mantenimento di una buona salute occorrerebbe seguire la regola dell’80/20, ovvero dell’ingestione dell’80% di cibi alcalini e del 20% di cibi acidi. Dando un’occhiata alla tabella sarà facile osservare come normalmente la nostra cucina ci riservi esattamente il contrario…
Una nota: la tabella non riporta i dati della carne e del pesce ed è pensata appositamente per un regime dietetico vegetariano. Poco male per i carnivori: sappiate che i grassi animali sono acidificanti, situazione resa ancora più dannosa dall’utilizzo di steroidi e antibiotici e di tutte le sostanze chimiche normalmente utilizzate negli allevamenti di bestiame per accelerarne la crescita e prevenire le malattie.
Rimandiamo alla lettura di Baroody e Palmisano per ulteriori informazioni riguardo alle sfaccettature dell’equilibrio acido/alcalino, le malattie da contagio, la preparazione di pasti alcalinizzanti e l’uso di integratori nutrizionali, la scelta dell’acqua da bere, la pulizia degli organi drenanti, la neutralizzazione dello stress.
Buona lettura e buon appetito!

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Risatina Fourierana…

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Conferenza: artifici della mente e Intelligenza Artificiale

IACari amici, vi informiamo che Mercoledì 12 Dicembre all’I.T.I.S. E. Majorana di Grugliasco si terrà una conferenza sull’Intelligenza Artificiale e sugli artifici della mente. Argomenti che promettono di non farci più riconoscere allo specchio :-).

I relatori saremo noi, Luca Bertolotti e Silvia Salese, e Michele Caponigro. L’ingresso è libero. A fondo pagina il volantino realizzato dall’Associazione Es.S.sE. con i dettagli.

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10 consigli scientifici per mantenere in forma il nostro cervello

Cari amici, se un’immagine vale più di mille parole, allora questa potrebbe esserci molto utile. La scienza ci viene oggi incontro per darci 10 consigli per mantenere in buona salute i nostri neuroni: sulla seguente immagine, che potrete scaricare in formato maxi cliccandoci sopra e condividere, troverete il decalogo dei toccasana per il nostro cervello, una breve spiegazione e, sotto l’immagine, la bibliografia degli studi a cui si riferiscono i vari punti. Buon allenamento (o mantenimento) a tutti!

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Test(amento) di ingresso a medicina: muore la sensibilità e il buonsenso – di Silvia Salese

Proprio ieri due amiche mi raccontavano le loro esperienze dal ginecologo, un professionista piuttosto rinomato al quale entrambe si rivolgono da anni. Dicevano di sentire un certo timore ogni qual volta si avvicina la data di una visita, sia che si tratti di un semplice controllo che, sempre nel caso di entrambe, del monitoraggio delle loro gravidanze passate.
Una delle due, mentre mi raccontava le nefaste ipotesi (solo ipotesi) di trattamento preconizzate dal medico, è scoppiata in lacrime. Si chiedeva come mai, senza ancora aver fatto né analisi né controlli accurati, il suo fidato ginecologo le avesse messo in preventivo la completa asportazione dell’utero (meglio mettere le mani avanti, giusto!?). Presumo che, anche solo come ipotesi, non dev’essere piacevole come idea.
La più giovane delle due invece affermava di sentirsi sempre sotto esame, in modo piuttosto “grezzo” come se non bastasse. Il dottore in questione sembra avere una certa idea della donna sana, almeno psicologicamente: deve dimostrare di essere rilassata e a suo agio durante la visita, a prescindere da tutto. La mia amica, non sentendosi nello stesso modo in cui ci si sente dal parrucchiere, deve aver mostrato una certa rigidità muscolare, specie durante una certo tipo di inevitabile esplorazione ginecologica. Molto empaticamente allora, per metterla a suo agio, il delicato dottore in un’occasione le ha detto: “Su su, signora! Suo marito non può guardare la televisione tutte le sere! Si faccia allenare un po’!”. Abbiamo ipotizzato che l’allenamento in questione avrebbe aiutato anche lui, povero professionista del mondo femminile, a fare meno fatica durante le perlustrazioni di routine. Che insano egoismo ha avuto la nostra amica a nutrire imbarazzo al cospetto del caro medico!
Ora, (amara) ironia a parte, fin qua non mi sembra ci sia davvero nulla di strano, e a dire il vero nemmeno nulla su cui polemizzare. È normale, perfettamente normale, non vi pare? È certo: se una persona sente di poter dire ciò che gli passa per la testa, magari perchè pensa anche di essere bravo nel suo lavoro (che probabilmente avrà scelto come “missione” per aiutare gli altri, non certo per riempirsi il portafoglio), e se nessuno gli ha mai fatto notare che un elefante in un negozio di cristalli sortisce lo stesso effetto che ha lui sulla psiche delle sue pazienti, bè si, a questo punto, perchè dovrebbe rivedere il suo comportamento? Non ce ne sarebbe il motivo, non è così?
Quanto alle mie due amiche, nonostante la simpatia che provo nei loro confronti, non ho potuto che suggerire loro un piccolo reminder: possiamo scegliere da chi farci visitare, non esistono coercizioni. Se proprio non ce la facciamo a mettere in quadro come si deve il proprio medico prescelto, perchè la sua similitudine con gli dei dell’Olimpo ci ricorda troppo la nostra piccolezza, bè, allora possiamo per lo meno non tornarci più e cercarne un altro. Non posso pensare che una relazione possa essere ineluttabile, specie – tra l’altro – se paghiamo dei bei soldini per mantenerla.
Questa mattina rimuginavamo ancora sulla questione, che a me, da donna, ha infastidito molto e che da persona consapevole di conoscersi meglio di quanto possa fare qualsiasi medico (e che non permetterebbe mai un vituperio del genere) ancora di più. Verso le 8.00 Luca (Luca Bertolotti, che ormai conoscerete se frequentate questo blog e che mi ha suggerito questo intrigante titolo) mi ha raccontato di aver sentito un intervento alla radio che parlava di un primario di Bergamo che ha avuto il coraggio (perchè per me, di coraggio si tratta) di fare il test di ammissione in medicina e di rendere noto il fatto di aver risposto in modo errato a ben 15 domande su 80. Il dottor Giuseppe Ramuzzi, che ha davvero tutta la nostra stima, così scrive al Corriere della Sera (1):
“Quest’esame assomiglia moltissimo a quello che doveva essere l’esame di maturità di sessanta anni fa (ma Dante era guelfo di parte bianca, ndr). Forse lo studente dalla memoria corta, promosso un po’ così dal maestro Giovanni Mosca nel suo libro «Ricordi di scuola», nella vita se la sarà cavata lo stesso. Mosca fu poi un grande giornalista del Corriere. Quanto a me non so se l’avrei passato l’esame di ammissione, forse no, di domande ne ho sbagliate almeno quindici. E avrei dovuto rinunciare a tutto quello che ho avuto dal mio meraviglioso lavoro. L’essere vicino a tanti ammalati e guarirne qualcuno.”
Ebbene si, questo esame richiede ai nostri futuri medici di avere una lunga memoria e cultura generale, ma lo zero assoluto in quanto a capacità relazionali o a riflessioni di tipo etico.
“Negli Stati Uniti pensano che bisognerebbe poterci parlare a chi vuol entrare a medicina, anche solo per qualche minuto. «Ma sono troppi, come fare in pratica?». Come fanno in Francia. Il primo anno entrano tutti, se ne perdessimo anche solo uno di quelli giusti perché non sapeva il sinonimo di impudente, saremmo colpevoli. Al secondo ci vanno solo quelli che hanno fatto bene il primo, a loro però ci si deve parlare davvero.”
E poi i pezzi forti:
Io al candidato chiederei candidamente se fuma e quelli che fumano li lascerei fuori. In questo test non c’è nulla che aiuti a capire se il futuro medico saprà parlare con gli ammalati. All’Università della Virginia chi dimostra garbo e sensibilità e buon senso viene ammesso. Se no è fuori. Quando questi ragazzi saranno laureati gli interventi chirurgici li faranno i robot e il 90 percento della medicina sarà information technology. Già oggi i miei colleghi più giovani hanno tutto nell’iPhone, su queste tecniche non c’è nulla. E non c’è nemmeno una domanda d’inglese che da anni ormai è la lingua della medicina”.
Fare il dottore è un po’ come fare il cuoco o guidare l’aereo, bisogna essere portati: chi è troppo introverso o troppo scontroso o troppo facile a seccarsi è bene che non ci provi nemmeno. E anche chi non è disponibile a studiare tutta la vita. Insomma, certi non vanno bene anche se sanno l’origine della tragedia greca”.
(Oh cavolo! Questo vuol dire che il ginecologo delle mie due amiche…?)
Tutto questo ci ricorda i famosi esperimenti di David Rosenhan: dopo aver inviato dei suoi collaboratori in alcuni centri psichiatrici facendo chiedere loro di essere ricoverati, scoprì che lo staff medico identificò solo uno degli pseudopazienti, mentre gli altri restarono per giorni internati imputando loro vari sintomi di infermità mentale. Persino quando rivelarono la loro vera identità sono stati trattenuti, e dimessi solo in seguito con diagnosi di “schizofrenia in fase regressiva”.
Un lato bello c’è comunque. Giuseppe Ramuzzi e tutti coloro che lavorano nella sanità usando ogni giorno la loro sensibilità in abbinamento ad intelligenza e sapere, danno una speranza: andare dal medico può anche non essere svilente e frustrante. E possiamo anche essere un po’ agitati: lui capirà.
(1) Qui la dichiarazione di Ramuzzi sul Corriere della Sera.
(2) Rosenhan, D. L. (1973) On Being Sane in Insane Places. Science; 179(4070): 250-258.
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La medicina del futuro? innanzi tutto l’aggiornamento…

 

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Un pianoforte nel nostro cervello: la teoria del cervello olonomico (II parte) – di Silvia Salese

Per spiegare il suo modello teorico, che come abbiamo descritto nella prima parte è essenzialmente un modello matematico, Pribram propose un’analogia tra il cervello e il pianoforte. Una metafora che in effetti rende tutto molto più chiaro, e che più facilmente fa intuire le straordinarie conseguenze della sua analisi.
Partiamo da una semplice domanda: se tutto ciò che abbiamo detto precedentemente fosse reale, come avverrebbe il fenomeno percettivo? Semplice (si fa per dire…): proprio come accade suonando un pianoforte, quando osserviamo qualcosa nel mondo alcune porzioni del nostro cervello risuonerebbero su determinate frequenze specifiche; in un certo senso la percezione accadrebbe premendo solo determinati tasti, che a loro volta andrebbero a stimolare le corde corrispondenti. Quelle prodotte, dunque, saranno informazioni sotto forma di onda (le note musicali) con determinate frequenze, lunghezza e fase (proprio come accade in quanto descritto dal teorema di Fourier) che risuoneranno nei neuroni del nostro cervello. I neuroni, poi, manderanno l’informazione relativa a queste frequenze ad un altro insieme di neuroni che trasformerà (sempre secondo il principio della trasformata di Fourier) tali risonanze descrivendo proprio l’immagine ottica così ottenuta al piano focale oculare. Un terzo insieme di neuroni, allora, costruirà alla fine l’immagine virtuale dell’oggetto, che apparirà a noi come un oggetto fuori nello spazio.
Questa operazione rifletterebbe, a ben vedere, una creazione in un mondo senza tempo e senza spazio di schemi di interferenza, un atto creativo in cui viene generato un oggetto in una dimensione spazio-temporale sulla superficie delle nostre retine.
In un’intervista del 1988 (si vedano le note a fondo pagina), Pribram disse di aver convogliato il modello qui delineato in una teoria, che chiamò Holonomic Brain Theory (teoria del cervello olonomico) e che scelse il termine “olonomico” per distinguerlo da quello “olografico” e sottolinearne così la connotazione olistica generale (holos deriva dal greco “intero”, “tutto”; nomos da “norma”, “legge”).
L’olografia offrì dunque a Pribram la rivoluzionaria intuizione che esistesse una relazione tra il dominio delle frequenze e quello delle immagini-oggetti di cui facciamo esperienza.
Le conseguenze di questo modello ricordano molto quanto emerso dai paradossi della meccanica quantistica: allo stesso modo infatti l’osservatore non può esistere indipendentemente dall’oggetto osservato, e allo stesso modo sembra totalmente inefficace permanere in una prospettiva dualistica che considera i due sistemi come separati.
Il modello olonomico del cervello renderebbe anche conto della vastità della memoria umana in quanto spiegherebbe come riusciamo ad immagazzinare così tante informazioni in uno spazio così ristretto. Come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, gli ologrammi possiedono infatti una straordinaria capacità di contenere dati semplicemente cambiando l’angolazione con cui due raggi laser colpiscono la lastra fotografica, rendendo così possibile accumulare miliardi di informazioni in un solo centimetro cubico di spazio. Ne conseguirebbe che un cervello che funziona secondo i principi dell’olografia non andrebbe a scartabellare nei meandri di un archivio mestico, perché ogni frammento di informazione sarebbe sempre istantaneamente correlato a tutti gli altri.
Il cervello userebbe quindi gli stessi principi dell’ologramma per convertire, codificare e decodificare frequenze (luminose, sonore etc.) ricevute attraverso i sensi. Tutto ciò farebbe perno sul fatto che il cervello non immagazzina informazioni in precise localizzazioni (come ha mostrato Lashley a proposito degli engrammi) ma le distribuirebbe su vaste aree nello spostamento concettuale da strutture a frequenze.
Diversi esperimenti della coppia di neurofisiologi De Valois dell’Università della California dimostrarono come, in effetti, numerose cellule del sistema visivo siano sintonizzate su determinate frequenze, e come queste stesse cellule nei gatti e nelle scimmie non rispondano alle stesse configurazioni ma a quelle di interferenza delle loro onde componenti. La stessa cosa fu mostrata da Fergus Campbell a Cambridge, il quale concluse che il sistema visivo debba essere sintonizzato su frequenze specifiche, in termini di trasformate di Fourier.
Un’ulteriore intuizione di Pribram riguarda la capacità del cervello di analizzare il movimento in termini di frequenze ondulatorie e di trasmettere queste configurazioni così ottenute al resto del corpo.
Egli venne a conoscenza, infatti, di alcuni studi del sovietico Bernstein, il quale analizzò in termini matematici i movimenti compiuti da alcuni attori vestiti con tute nere sulle quali erano state attaccate alcune strisce e punti bianchi per contraddistinguerne gli arti. Gli attori erano poi stati filmati mentre camminavano, correvano o danzavano su uno sfondo anch’esso nero, dopo di che i movimenti tracciati dai segni bianchi, che descrivevano sommandosi una configurazione continua ondulatoria, fu analizzata matematicamente.
Ebbene, il risultato confermerebbe le ipotesi precedenti: i movimenti analizzati potevano essere infatti formalmente rappresentati in termini di equazioni di Fourier, confermando di fatto la possibilità che il cervello comunichi con il resto del corpo con il linguaggio delle onde e delle loro configurazioni.
Al fine di dare supporto all’idea che la trasmissione avvenisse, a livello della corteccia motoria, nello stesso modo come nel sistema visivo – e quindi in modo compatibile con la teoria del cervello olonomico – Pribram mise a punto l’ennesimo esperimento con i gatti (questa volta senza sforbiciate ai loro cervelli…).
Egli registrò le frequenze della corteccia motoria del gatto mentre gli veniva fatta muovere passivamente la zampa destra anteriore in su e in giù, ottenendo così un movimento sinusoidale. Come osservato nella corteccia visiva, anche in questo caso le cellule del nucleo caudato e della corteccia sensomotoria della bestiola rispondevano selettivamente solo a un determinato range di frequenze di movimento.
A questo punto la domanda che si poneva era come potesse avvenire questa trasmissione di segnali in termini di frequenze ondulatorie, in che modo fosse possibile tale decodificazione e trasformazione di tutti i punti che vengono rivestiti dalla perturbazione ondulatoria (chiamata fronte d’onda). Pribram ipotizzò allora che la propagazione non avvenisse all’interno dei neuroni, ma attraverso le glia che li circonda, per mezzo della quale, quindi, verrebbero modulate e analizzate determinate frequenze.
È proprio a questo punto che avvenne l’incontro tra la neurofisiologia, le neuroscienze e la fisica quantistica. Proprio quando Pribram stava sviluppando l’idea che le proprietà ondulatorie e particellari osservate nella meccanica quantistica avrebbero potuto, in qualche modo, essere utili al fine di comprendere le natura dei microprocessi neurali, il fisico David Bohm venne a conoscenza del suo lavoro e lo invitò ad una conferenza a Londra.
In quel momento Bohm stava sviluppando una formulazione alternativa in fisica quantistica e nella teoria del campo che descrivesse il dualismo onda-particella e il fenomeno del non-localismo. Come si dice, un incontro che spunta a fagiolo.
La teoria di David Bohm – una di quelle teorie che mi fanno fare fatica a prendere sonno – implica l’esistenza di un ordine generale che contiene il tutto, quella che battezzò totalità ininterrotta (o totalità senza discontinuità).
Secondo Bohm, la convalida offerta da Aspect circa l’esistenza di legami di tipo non-locale tra le particelle subatomiche, forniva la prova che non esista una realtà in cui le sue componenti siano separate spazialmente. Bohm credeva infatti che ad un livello profondo della realtà, le particelle che comunicano istantaneamente tra loro non siano entità individuali, ma estensioni di uno stesso organismo fondamentale.
A questo livello, in cui il tutto è implicato in ogni sua parte, l’universo stesso non sarebbe altro che una sua proiezione, e per questo la più immediata analogia con questo ordine non può che essere il nostro ologramma.
Nel grosso calderone del tutto, il tempo e lo spazio non sarebbero più dei principi fondamentali (in accordo con le teorie di Einstein), ma una ulteriore proiezione di un sistema più profondo a livello del quale il presente, il futuro e il passato coesisterebbero in un’unica dimensione.
Visto che l’ologramma è un sistema statico, Bohm preferì utilizzare per descrivere l’ordine implicato il termine olomovimento, certamente più adatto a descriverne la sua natura dinamica, eternamente in attività.
All’interno della realtà oggettiva dell’universo fisico, in un livello non-locale esisterebbe un campo in cui ogni sua parte contiene tutte le altre, un enorme magazzino di informazione compenetrate. Ecco perché l’accostamento del modello cerebrale olografico di Pribram con la teoria di Bohm, offre una concezione tanto affascinante (quanto poco intuitiva) della realtà.
Grazie al loro incontro, i due studiosi insieme a Geoffrey Chew ed Henry Stapp, iniziarono a lavorare in gruppo per formulare una descrizione matematica che riflettesse tali fenomeni sia nella fisica subatomica che nei microprocessi cerebrali. Allo stesso tempo, dall’altra parte del mondo, il fisico giapponese Kunio Yasue si stava interessando al campo di ricerche sulla teoria probabilistica nella meccanica quantistica riprendendo gli studi di Bohm sull’argomento.
Fu proprio a questo punto che la psicologa Jibu chiese a Yasue cosa ne pensasse dell’idea di Pribram sull’olografia neuronale. Colpito da questi studi, subito si mise al lavoro per esprimere matematicamente tali processi cerebrali, mostrando alla fine come le reti di comunicazione dendritiche operino attraverso campi vibrazionali che si comportano in accordo con le proprietà osservate nel mondo quantistico.
Non è fantastico? la bella notizia è che – forse per la prima volta – campi di studio tanto diversi e affascinanti si siano incontrati, sul piano teorico, descrivendo la nostra “macchina umana” in termini affatto ordinari e in accordo con le più straordinarie conseguenze messe in luce dallo studio della meccanica quantistica. La brutta notizia è che anche questa notte faticherò ad addormentarmi. Certo è che tra pillola rossa e pillola azzurra, pillola rossa tutta la vita… 😉
Alla prossima!
BIBLIOGRAFIA
Capra F., Il tao della  fisica, 1982, XII ed. 1999.
McTaggart L., Il campo del punto zero, Forlì-Cesena, MacroEdizioni, 2003.
Pribram K. H., Brain and Perception – Holonomy and Structure in Figural Processing, Hillsdale, Lawrence Erlbaum Associates, 1991.
Si veda anche: intervista di Jeoffrej Mishlove a Karl Pribram, Conversations On The Leading Edge Of Knowledge and Discovery, 1988. Testo consultabile sul sito http://www.intuition.org/txt/pribram.htm.
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Sul dare, prendere ed essere felici: l’esempio di Heidemarie Schwermer

“(…) Una parte essenziale della qualità della vita, che ho guadagnato da questo scambiare e condividere, sono i molti contatti che ho stabilito con persone diversissime. Questi contatti sono estremamente più intensi di quelli degli anni in cui a regolare la vita quotidiana erano i soldi, e le amicizie venivano coltivate solo nel tempo libero. Senza soldi, nel rapporto con gli altri accade qualcosa di nuovo. Tutt’a un tratto i contatti diventano importanti per sopravvivere. Bisogna impegnarsi “anima e corpo”.
Una ricerca, che un gruppo di scienziati ha svolto per sapere quali siano i paesi in cui le persone sono più felici, ha dato risultati incredibili: stati poverissimi, in cui avviene la maggior parte delle catastrofi naturali, dispongono statisticamente della felicità più grande. I ricchi tedeschi si collocano tra gli ultimi dieci su un totale di cinquanta paesi analizzati. Ciò significa che le persone che possiedono poco tendono a stringersi fra di loro e ad aiutarsi reciprocamente perchè per loro non c’è altra soluzione; come successe a noi nei primi anni del dopoguerra, fintanto che tutti tornarono ad avere la loro casetta e il loro conto in banca.
(…) Non si tratta di essere poveri o ricchi, infelici o felici; il punto, invece, è questo: creare delle relazioni, in cui i singoli individui possano vivere in modo sensato e autentico, tra dare e prendere, attività e passività, lavorare e riposare, agire e riflettere (meditare). Questo approccio olistico è il principio di un’epoca nuova.
Per me è già cominciata, e ciò dipende meno dal fatto che io rinunci completamente ai soldi, quanto piuttosto dalle conseguenze che ne derivano, dalla possibilità, cioè, di poter fare in ogni momento quanto mi sembra necessario. Nel nostro normale mondo del lavoro questa non è una cosa possibile. Quale capoufficio si metterebbe a concedere a un impiegato tre giorni per meditare? Oppure quale azienda assumerebbe di tanto in tanto un disoccupato per una giornata? No, l’economia consce solo l’aut-aut che fa ammalare, limita, crea dipendenze.
Ma noi cosa possiamo fare, mi chiederete. Fare tutti a meno dei soldi per acquisire nuove libertà? Non sarebbe certo una soluzione. L’unica cosa che ci può far andare avanti, ciascuno per sé, è cambiare mentalità. Diventare attivi. Crescere. Trovare la pace interiore.”
Tratto da Heidemarie Schwermer, Vivere senza soldi, Terra Nuova, Firenze, 2007, pgg. 110-111.
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